di Melita Richter
Danubio non è il mio fiume. Sono nata a Zagabria, sulla Sava e mai ho sentito il fiume una parte costituente della mia città, né esso ha contribuito a forgiare il mio senso di appartenenza. Mi sono sempre riconosciuta nel Mediterraneo più che nelle pianure attraversate dai fiumi. Ma, il Danubio è il fiume di noi tutti, esso ci appartiene, è la metafora dell’Europa alle cui sorti siamo legati e al cui destino vorremmo contribuire. Con tenacia degli esclusi ed il rispetto degli inclusi. Mi sono accostata alle sponde del fiume accorta e prudente, quasi con timore. Per quello che esso è stato nella storia del continente, e per quello che rappresenta oggi. Per la sua capacità di inghiottire le sorti e i corpi di uomini e di popoli, di carri di cavalli, di cannoni, di ponti Per la sua apparente pacatezza e la sua celata forza dirompente, per la sua abilità di lavare le menzogne e proporsi docile e muto come una sfinge. Per la sua bellezza, per la regalità. Danubio _ la grande acqua dell’Europa, il suo embrione, il suo viscido ventre molle, evocatore degli sfarzi viennesi, raccoglitore delle scorie della terra che lava, sciacqua e risciacqua, deterge e a volte vomita con disprezzo. Nel suo scorrere secolare il fiume ha mescolato insieme i tormenti dei popoli che abitano le sue rive. Oggi, come allora, esso richiede l’impegno per un futuro più mite. E’ per questo richiamo che ho raggiunto il gruppo di naviganti singolari a Szentendre e mi sono unita a loro, prometei di un’Europa pacificata, ritrovata, riamata, un’Europa possibile. …
Orhan
“… Orhan parla nove lingue. Turco, rumeno, serbo, albanese, russo, slovacco, arabo, inglese e olandese.
È arrivato in Ungheria con sedici parenti dopo una fuga di duemila chilometri a piedi e in autobus, attraverso cinque frontiere.
La sua odissea comincia dopo i primi massacri, quando tenta di raggiungere Belgrado tagliando dalle montagne ma i serbi respingono lui e i suoi, prendendoli per albanesi.
Allora gli sbandati cercano rifugio in Albania, ma li cacciano anche da lì, prendendoli per serbi. “Tornate dal vostro Milosevic!” gli urlano alla frontiera.
Allora bussano alla Macedonia, dove altri rom aspettano nella terra di nessuno. Ma di notte, sotto la pioggia, le guardie sparano sull’accampamento. Così, alla cieca, per farli desistere. Muoiono in tre, di cui un bambino.
Allora, a piccoli gruppi, quelli di Prizren ripartono. Fanno un altro giro, attraversano a piedi la Serbia del sud, entrano di notte in Bulgaria dalle parti di Leskovac. E quando da lì, passata la Romania, arrivano al confine ungherese ecco l’ultima beffa. “Voi rifugiati?” li deride la polizia. “Uno senza terra non può essere profugo.”
Fuori si sentono i colpi leggeri della corrente sulle fiancate della chiatta all’ormeggio. “Dovevo andarmene prima” sussurra Orhan. “Già negli anni ottanta avevo capito che quelli si sarebbero ammazzati fra loro. Le razze bastarde sentono con anticipo la follia dei puri. Noi rom non abbiamo mai fatto una guerra da quando abbiamo lasciato l’India mille anni fa. Non conosciamo l’odio. Ma è proprio per questo che la società ci rifiuta. Oggi, chi non si schiera è perduto. Non interessiamo neanche i giornali, siamo troppo complicati. La gente ha bisogno di storie semplici. In bianco e nero.
Ci dicono che non abbiamo il senso dello stato: ma se senso dello stato significa ammazzare per un pezzo di terra, certo che non ce l’ho, e non mi interessa neanche averlo. Per questo in ogni guerra siamo perdenti, per questo siamo sempre in fuga. È toccato ai miei nonni, ora tocca a me.
Mi sono detto: non uccidere e non farti uccidere. Me ne sono andato, con figli e nipoti, per le montagne. Scappavamo dalla guerra, ma ci sputavano addosso. E ora sono stanco. Ho bisogno di pace”…”
Paolo Rumiz, E’ Oriente

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