21 Luglio 2013 | Balcani | turismo responsabile

Appunti di una free lance tra Serbia e Bosnia

Appunti di una free lance tra Serbia e Bosnia

di Natasha Ceci. Una giornalista in viaggio tra Serbia e Bosnia per una serie di reportages sulla scena culturale di questi paesi. Tra un’intervista e l’altra, il taccuino si riempie anche di impressioni estemporanee, cattura odori, tratteggia volti appena intravisti.  

 

 

Appena arrivata a Belgrado ho corso per la città come inseguita da cani selvatici, senza prendere gli scalcinati autobus di era socialista. Si cominciano subito a fare paragoni strampalati con altri posti visitati e le somiglianze ci sembrano sempre dovute e infallibili. Ma quale città potrebbe somigliare davvero a questa? È la prima domanda che mi rincorre mentre svelta attraverso la strada a quattro corsie senza semafori, ma solo affidandosi al caso. Accanto mi passano donne dai vestiti semplici, oppure ragazze con i boccoli cotonati, dai fianchi stretti e dal seno generoso. I polpacci sono stanchi della giornata e pare non abbiano tempo. Mi innamoravo di tutto all’epoca, e non mi dispiaceva affatto lo sguardo fisso dei serbi nei miei occhi, uno sguardo intenso e curioso. Quando mi sono venuti a prendere in Trg Slavija sono salita su a piedi con la valigia per la Makenzijeva, divorando con gli occhi le vecchie facciate, le botteghe profumate delle pékare, fonte di nutrizione per settimane, sotto lo sguardo ora diffidente ora dolce delle commesse.

Al mercato di Vraćar, ho comprato ciliegie, fragole e pomodori, satura, appunto, delle infinite burek con carne, prosciutto e formaggio. Eleganti vecchie sistemavano formaggio nelle cassette e qualcuno giocava a scacchi. Vuoi delle fragole? Si rispondo. La mia conoscenza della lingua è pari a quella di una sordomuta, nonostante i mesi a ripetere le pronunce. L’uomo riempie il sacchetto e io lo ringrazio in tedesco. Non ho la pretesa che qualcuno parli inglese a forza, ci possiamo comunque capire prima o poi. Al lato esterno dei banchi macellerie e pescherie ospitano qualche sparuto cliente che diventa più numeroso durante il sabato. Trovo anche pile di cosmetici e fazzoletti, e saponi per capelli con smalti per unghie. Chissà da quanto tempo sono lì a prendere la polvere, come nelle piazze di mercato del Sud Italia, quando ancora è presto ma il sole è già bollente e arrostisce i baccalà appesi. Camminando finisco in pieno centro davanti al Ministero della Difesa distrutto dalle bombe della Nato: è anche la guida che ho in borsa a suggerirlo. Da quando le orme della guerra sono diventate attrazione turistica? Da quando la conoscenza passa dalla morbosità oppure, nel migliore dei casi, da quando siamo stufi di non poter vedere almeno qualche traccia filtrata di qualcosa che non sia né cinema né telegiornale.


Belgrado, vista dal Kalemegdan. Foto © Isotta Ricci Bitti.

La prima notte a Belgrado, all’ultimo piano di un appartamento a Vraćar, lascio la finestra aperta perché fa caldo. Sarà l’ultima volta. Dal giorno dopo ho bisogno di una coperta in più e prendo tutta la pioggia del mondo mentre corro da una parte all’altra della città (a piedi, per risparmiare ulteriormente) per fare interviste. Su e giù per Dorćol, tra giardinetti, mini boutique e chioschi di gelati.

Ma prima di tutto ho bisogno di acqua, di fiume, oltre alla pioggia, e so già di non potermi bagnare i piedi nel Danubio, per ora, ma vi ci arrivo attraversando i vialoni odoranti di ćevapi a Novi Beograd e approdando in una chiatta nel primo pomeriggio. Mi hanno detto che durante il fine settimana c’è molta folla, anche la sera. Per scelta ideologica evito la folla quando è possibile, ma non disdegno mai delle chiacchiere con una tabaccaia o un ragazzo incontrato a Skadarlija, quartiere tanto bohémien quanto il mio serbo fluente, che mi indica un internet point essendo il mio computer defunto a Berlino. Bevo una limonata stordita dal mal di testa del traffico. Ho riscoperto la semplicità di ordinare una limonata che non c’è in tutti gli evoluti menù d’Europa. La limonata. Ormai la prendo in tutti i bar, anche mentre lavoro: la assaporo lasciando il registratore in mezzo al tavolo a fare il suo dovere. Fa bene delegare ogni tanto. Non paga del Danubio, al ritorno passeggio per un po’ accanto alla Sava che scorre sotto i ponti ed è accerchiata da camionisti che ronzano per l’omonimo quartiere vivacizzato da molta street art e iniziative di qualificazione urbana via design. Ma Savamala potrebbe essere anche altro, nasconde bene i suoi segreti tra i vecchi binari e gli edifici dimenticati.

L’ultimo giorno, gonfia di carne, naturalmente rischiando la gotta, arrivo con un’amica nella spiaggia verde del lago artificiale sull’isola di Ada Cingalija e con una bicicletta affittata giriamo in tondo in un largo giro tra betulle e pescatori. Per poi svenire sudate sull’ennesima limonata.

La bellezza di una città come Belgrado è dentro le mura della sua vita quotidiana, non mozza il respiro all’istante e se lo fa è dall’alto del Kalemegdan con lo sguardo perso verso Zemun, malinconico e passionale. Il suo odore fuligginoso, avvolge i quartieri e il suo passato malconcio e maestoso di capitale della Jugoslavia.

Con un autobus in quasi mezza giornata sono a Prijedor, nella Repubblica Srpska. Attraversare la linea di un fronte anche a distanza di anni è come percorrere un cimitero immerso nelle colline verdi, nei corsi d’acqua puliti, con i luoghi di culto freschi di costruzione, nel deserto, accompagnati da bandiere. Insegne malmesse di bar Las Vegas. Riconosco l’alfabeto di questa gente, nonostante i miei tre anni di Germania, non ho dimenticato il resto. Il modo migliore per presentarsi all’altro, mi accorgo, è davanti un album di famiglia anche senza tristezze. Chi è morto chi è in America. Sono colpita dalla loro forza, nonostante tutto non hanno rimosso la loro generosità, la loro ironia e questo per me è una lezione. Ho visto manifestazioni in cui si rivendicava il diritto delle vittime di essere ricordate come tali, in un momento storico attuale di indubbia guerra fredda, fatto di negazionismi, vittimismi, rivendicazioni, memorie bisticciate. Ma senza trovare una storia comune, almeno dove sia possibile, è dura costruire e scalciare un infinito dopo guerra.

Ancora un autobus verso sud, verso Mostar, a suon di tornanti di cinque minuti, per me che soffro di cinetosi dalla nascita è un’esperienza quasi estrema. Mostar! La perla tra le rocce. Hai visto il ponte? Mi chiede un’amica da Berlino. Si, ci sono sopra. E com’è? Beh, bello. E il fiume? Turchese e freddo. Mostar si concede ai turisti senza remore, parlando tutte le lingue in una affabulazione tenera, come in un primo stadio della evoluzione del rapporto tra turista e autoctono. Io ho ragione su tutto sostiene il custode della Moschea Karadjoz-Beg facendomi salire su in cima al minareto per pochi marchi. Ma non ho ragione su tutto e non bevo il caffè, non voglio la pizza e no grazie non faccio le foto, sarebbero riduttive. Non c’è niente di subdolo tra il turista di Mostar e la sua controparte, tuttavia, nessuno ti fa credere di essere in un altro luogo: è esattamente così, con le donne che vendono chincaglierie, braccialetti di perline che graffiano i polsi nella loro imprecisa manifattura, e vecchi che svuotano le cantine di antiquariato proponendo cimeli.

Dovevo prendere almeno un treno, io figlia di ferroviere. Mostar – Sarajevo, circa due ore e mezza. Nel vagone che mi ricorda i nostri vecchi espressi Milano-Agrigento o Roma-Ventimiglia, debellati dal progresso, sono assieme a due ragazzi inglesi con cui ho condiviso una stanza in ostello a Mostar. Non ho tempo di pensare alla cinetosi, sarà perché sul treno ci sono nata, sarà perché i tornanti sulle rotaie sono impercettibili o sarà per i paesaggi esterni persi nelle gallerie, a strapiombo sulle montagne, a ridosso dei fiumi. Baracche dei capostazione in mezzo agli alberi, con la giacca della divisa che oltrepassa i loro polsi.


Sarajevo. Foto © Luca Vasconi.

Sarajevo. Verrà l’amore e avrà i suoi occhi. Giungervi ha il sapore di una rivelazione, anche se il cielo è grigio come le cicatrici sui muri. Il tassista ride quando gli dico che faccio la giornalista. Ha ragione, certe volte ci rido pure io. Non ho perso il vizio di andare a piedi, vado da Otoka in centro. Quando l’ho raccontato mi hanno presa per pazza. Non so, io camminavo e il tempo passava. Dopo due chilometri ho oggettivamente pensato che sarebbe stato bello anche prendere un tram. Magari al ritorno. Dov’è il famoso viale Vilsonovo? Quello con i tigli. L’avrò cercato stupidamente per giorni, tra un appuntamento e un altro, eppure era facile. Un giorno pensavo di esserci ma in verità era un parcheggio. Lo trovo quando è tardi per gustarlo fino in fondo con la pioggia a dirotto che entra negli stivali già provati dal viaggio. Grazie ad una amica entro nei fumosi angoli notturni, tra piccole trattorie e cinema con concerti di sevdah e la rakija che mi stende senza resistenze. Non sento più le gambe sebbene abbia fatto una lunga pausa nella piazza dei piccioni, preludio della città vecchia che sarebbe perfetta se il tempo si fosse fermato. Ammetto la pretesa ma fantastico sulle casette basse di Sarači, come antico crocevia di scambi e commerci sotto una lanterna fatta a mano, ora in vendita a prezzi quasi proibitivi. I bazar, i caravanserragli. Non basterebbe un viaggio per cogliere Sarajevo sebbene abbia 300.000 abitanti, oppure si, magari è più semplice di quanto si immagini, così come le persone. Ne ho la prova tangibile finendo letteralmente dentro una grande manifestazione attorno al parlamento, come Chaplin che in “Tempi Moderni” raccoglie per caso una bandiera e si ritrova nel flusso della storia. Mi faccio tradurre gli slogan da un ragazzo che parla un inglese perfetto e che rivedrò ancora nei giorni seguenti sempre nello stesso contesto. Nessuno provoca, sono tanti e ancora tanti ne arriveranno, contro lo stallo di una legge fondamentale che permette l’accesso a cure sanitarie, soprattutto per i bambini nati da poco. Mi fermo al sole per ore e ore, faccio domande, cerco di capire, di conoscere. Mi chiedono con leggero sarcasmo se sono serba, per il mio nome. Lo trovo divertente. No, dico, mia mamma ha solo letto un libro di Dostoevskij. Tra l’altro il mio personaggio è tra quelli più sfigati di tutta la letteratura russa. Ridono. Mi offrono sigarette e trovano meraviglioso il mio paese d’origine, raccontandomi aneddoti sui loro viaggi in Italia.

Ora mi serve uno sguardo dall’alto e mi arrampico su una collina, sopra la città vecchia, dove c’è una vasta panoramica sulla città fino ai grattacieli che mi portano a Otoka, dove signore vendono frutta e uova lungo i marciapiedi. C’è un nonno con dei nipoti e mi chiede se sono libica o irachena. Saranno le mie origini meridionali a tradire qualche colore somatico. Ognuno vede in me un paese, una lingua diversa, è questa l’essenza e l’assenza di Sarajevo mi chiedo, qualcosa che è nella sue corde, tragicamente smorzata negli anni. Una voce del muezzin e una sottile candela ortodossa. Sarajevo è come una vecchia fidanzata a cui si pensa mentre si è impegnati a vivere, decido, prima di ripartire per Belgrado e prendere un aereo, uno di quelli con il portacenere sui braccioli, le hostess di sessanta anni che non sorridono e lanciano burbere panini al formaggio. Sprecano il loro tempo però: non riusciranno a domare la febbre per i Balcani, per quello che ho visto e per quello che ho dimenticato.