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22.12.2011 | Serbia | danubio | 

Frammenti danubiani - la roccia di Babakaj.

La sezione del nostro sito dedicata all'iniziativa danubiana che la nostra associazione organizzerà dal 21 al 30 giugno 2012 con Slow Food si arricchisce: fiabe, antiche leggende e impressioni raccolte durante secoli di viaggi e navigazioni - accompagnate da note esplicative e illustrazioni di Igor Sovilj - per avvicinare ulteriormente il lettore all'universo racchiuso nel bacino del medio e basso corso danubiano. Iniziamo oggi con la leggenda della roccia di Babakaj.

 

La leggenda di Babakaj

di Aleksander Heksch

Sulla parte meridionale dell'isola sorge dal fiume la roccia di Babakaj, alta più di venti metri e menzionata in tante diverse leggende danubiane. A noi lascia l'impressione di essere stata messa in quel preciso luogo come guardia per avvertire i marinai dei pericoli che essa stessa cela alle navi di passaggio.

Alcuni legano il nome della roccia alla parola slava “Baba” (donna anziana), mentre altri lo spiegano rimandando al termine turco “Babakaj” che letteralmente significa “pentiti”.

Così narra la leggenda: un Aga turco, comandante di una guarnigione di confine lungo il Danubio all’incirca nella zona in cui il fiume segna il confine tra Romania e Bulgaria, tornò un giorno da un lungo viaggio e scoprì che la più bella delle sue mogli era fuggita con un Ungherese.


La roccia di Babakaj si trova in Serbia orientale, nei pressi della città di Golubac. Molto probabilmente, ai tempi in cui la leggenda fu raccolta questo tratto di Danubio segnava il confine tra Romania e Bulgaria.

Infuriato, chiamò il suo più fedele giannizzero, promettendogli dieci sacchi d'oro come premio se gli avesse riportato l’infedele moglie, assieme alla testa del rapitore. Questi si mise subito a caccia dei due fuggiaschi, e seguendo le tracce di villaggio in villaggio scoprì che avevano appena passato la frontiera e si erano nascosti in una piccola fortezza cristiana vicino al confine con l’impero Ottomano.

Il giannizzero e i suoi compagni si mascherarono da contadini serbi e bussarono alla porta della fortezza chiedendo aiuto e gridando di essere stati derubati dai Turchi, per provocare compassione ed avere accesso all’interno. La porta gli fu subito aperta e questi appena entrati attaccarono i soldati che proteggevano la fortezza, dopodiché rapirono la colpevole donna che nel frattempo era svenuta.

 

L'autore. Il  presente testo è stato
scritto da Aleksander Heksch. Poco
sappiamo di lui: nacque a Pest
nel 1836, in vita fu editore
di racconti di viaggio e scrittore.
Lavorò per anni presso la
Österreichischer Lloyd,
la più importante Società
di Navigazione dell'Austria-Ungheria,
fondata nel 1833. A seguito
dell’accordo con la Erste
DonauDampfschifffahrt
Gesellschaft (DDSG), le navi del
Lloyd offrivano un servizio settimanale di trasporto dai
porti danubiani fino al Mar Nero,
realizzando così una formidabile
rete di distribuzione di merci e
movimenti di passeggeri che univa
le linee operanti nel bacino del Danubio con il mar Nero e da
qui verso altre destinazioni.
Heksch morì a Vienna nel 1885.

Il giannizzero saltò a cavallo legando accanto a lei sulla gola dell’animale anche la testa del suo presunto amante, aumentando così l’angoscia della ragazza.

Riportata a casa, il marito assetato di vendetta la legò sulla cima di una roccia in mezzo al Danubio. “Pentiti!” (babakaj) furono le ultime parole che le disse prima di abbandonarla al vento e ai corvi, lasciandole il tempo per pentirsi ed espiare i propri peccati. Da quel momento la roccia ha preso il nome di Babakaj.

Tuttavia, come ogni tanto succede, l’amore vince su ogni cosa, e così la testa tagliata che il giannizzero aveva portato assieme alla giovane moglie non era quella del suo amante, ma di uno dei soldati della fortezza che questi, cieco di furia, aveva separato dal suo corpo.

L'ungherese, mentre tra le mura infuriava la battaglia, era per caso nelle campagne circostanti, e una volta appresa la terribile notizia del rapimento si mise con i suoi compagni ad inseguire i Turchi, arrivando così alla roccia e liberando la sua amata.

 


... da una punta sporgente si potevano ancora vedere i brandelli del vestito svolazzare sullo specchio d'acqua...(illustrazione di Igor Sovilj)

Quando il giorno seguente l'Aga mandò un suo boia ad ammazzare la moglie infedele questi trovò al suo posto solo lo spago con il quale essa era stata legata. Il boia era abbastanza intelligente per non confessare al padrone la dolorosa verità, così gli disse che la disperata donna si era buttata dalla roccia nel Danubio e che da una punta sporgente si potevano ancora vedere i brandelli del vestito svolazzare sullo specchio d’acqua.

Alcuni mesi dopo questi avvenimenti, iniziò la battaglia di Carlowitz tra i Turchi e il Regno d’Austro-Ungheria. L'Aga, gravemente ferito sul campo, per uno strano scherzo del destino fu imprigionato nella tenda del suo rivale d’amore, dove scoprì la vera fine della moglie. Questo fatto accelerò sicuramente la sua morte, sopraggiunta poco dopo la terribile visione. 

Note:

Aga: (dal turco "padrone"), era un titolo da ufficiale civile o militare o di corte, e parte di alcuni titoli, posizionato dopo il nome del funzionario, nell'Impero Ottomano.

La battaglia di Carlowitz si riferisce molto probabilmente alla battaglia di Petrovaradin. Conosciuta soprattutto per la sua splendida fortezza affacciata sul Danubio, Petrovaradin è in verità una delle due municipalità in cui è divisa la città di Novi Sad, capoluogo della Vojvodina, in Serbia. La battaglia di Petrovaradin (5 agosto 1716) fu combattuta nell'ambito della guerra austro-turca (1716-1718) fra le truppe austriache al comando del principe Eugenio di Savoia e quelle ottomane al comando del Gran Visir Damad Alì.

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