29 Maggio 2013 | Croazia | danubio

Danubio, diari della bicicletta. Seconda parte.

Danubio, diari della bicicletta. Seconda parte.

di Giulia Bondi. Seconda puntata del viaggio in bicicletta da Budapest a Belgrado della giornalista Giulia Bondi che la giornalista Giulia Bondi ha tenuto nell’estate del 2010 per la rivista svizzera Galatea. nella puntata di oggi, gli ultimi chilometri in terra magiara prima di entrare in Croazia e seguire il corso del fiume sino ad Osijek. 

 

Tour de France

Solt-Baja. 98 km. Totalmente pianeggiante, su strade secondarie o argini sterrati e sabbiosi. Partenza ore 10.30, arrivo ore 20. Forature: due. Pranzo: minimarket. Cena: Riverside pub, Baja. Pernottamento: Hotel Kaiser, Baja.

La mattina a colazione la bici di Alain è di nuovo a terra. Sarebbero le ore migliori per pedalare, invece si gira per Solt tra contadini che caricano sacchi di grano e signore con i cesti di vimini per la spesa attaccati al manubrio, tra casette colorate e orticelli, strade piccole e cancelli di legno o ferro battuto, quasi tutti aperti. Alberto e l’anziano cicerone locale, uno a destra e uno a sinistra delle proprie biciclette, camminano conversando tra grandi sorrisi. Parlano ognuno nella propria lingua senza capire una parola l’uno dell’altro, fino a quando il calendario erotico appeso alla porta di un garage rivela inequivocabile la presenza di un vero meccanico in servizio. Alla bici di Alain serve un tagliando completo se vuole raggiungere Belgrado. Con lui magari ci si incontra più avanti. Alberto e Luigi ripartono cantando Brasil e La bella lavanderina, le magliette sudate stese ad asciugare sui portapacchi. La ciclabile asfaltata tra i campi è bella e torrida come un’autostrada, si può deviare per comprare una banana o una coca-cola nei minimarket dei paesini. Le richieste d’indicazioni si basano su toponimi ben scanditi e sulle dita, che scorrono sulla cartina o segnano numeri per i chilometri. Il fiume scorre maestoso accanto a un mare di prati verdi punteggiati di balle di fieno, sull’argine sopraelevato motorini e mercedes fanno mangiare la polvere ai ciclisti, mentre accanto pascolano incuranti vacche e cavalli. Al chiosco dove ci si ferma a fare merenda, con salumi spalmabili e frutta spappolata, siede una coppia di contadini. Hanno davanti due pacchetti di sigarette semivuoti e le teste di entrambi sono coperte di dreadlock polverosi, neanche fossero appena tornati dal festival di Woodstock.


Lungo il Danubio ungherese. Foto © Camilla de Maffei

 

Quando l’umidità si trasforma in timida pioggia, gli italiani incrociano un ‘treno’ di due coppie di tedeschi di mezza età, tutti con il caschetto in testa, il giubbetto catarifrangente indosso, il sistema di navigazione gps sul manubrio e di sicuro centinaia di altri gadget nelle sacche anteriori e posteriori. Sono diretti fino al delta, alla rumena Costanza, e stasera si fermano a Baja. Nel sentire che Alberto e Luigi oggi vogliono arrivare fino a Mohacs se la ridono di gusto. Da questo momento scatta un inseguimento feroce. Si sta attenti a non perdere mai di vista il gruppo germanico, nei paesi dove passano i camion con il megafono per affilare coltelli e riparare cucine a gas, poi lungo gli argini di terra bianca e di sabbia, dove le bici devono cercare di galleggiare alla massima velocità. Tour de France dei Kraftwerk (“L’enfer du Nord: Paris-Roubaix…Dernière étape Champs Elisées…” etc.), colonna sonora nell’iPod, fa assomigliare la sfida a un videogioco. L’imprevisto è ancora una foratura. Sportivamente, i teutonici si fermano e offrono in prestito una mini-pompa ipertecnologica, ma sotto i baffi hanno sorrisetti di scherno, nella certezza che raggiungere il confine croato sia ormai impossibile. La buona notizia è che, preceduto da un sms recitante “Arrivo”, sullo sterrato compare Alain. Ha macinato chilometri sulla statale per fare prima, reca in dono una camera d’aria nuova di zecca. La ricomposizione del gruppo si festeggia con pizza e birra sulla riva del fiume, doccia multi-idromassaggio e sigaretta in accappatoio, affacciati al balcone dell’hotel Kaiser sulla larga piazza di Baja.

Cicogne e batraci

Baja-Osijek. 123 km. Prima sul lato sinistro, poi sul lato destro del Danubio (a Mohacs si attraversa con un piccolo traghetto. 190 fiorini a persona + 175 a bicicletta). Argine sterrato e strade secondarie. Leggere salite dopo il confine croato. Sull’ultimo tratto prima dell’arrivo a Osijek (parco naturale Kopac?ki) attraversamento di cicogne, cavalli, cinghiali, pecore e rane sulla ciclabile. Forature: nessuna. Pranzo: Hemingway cafè, Mohacs. Cena: Kod Ruz?e, Osijek. Pernottamento: Hostel Tufna, Osijek.

«I trebbiatori dell’Impero sovietico hanno le spalle madide di sudore», declama Alberto al risveglio. Un breve saggio di poesia epica che rinfaccia ai coinquilini le ronfate notturne. Le bici sono a posto e si può ripartire, l’obiettivo è ricongiugersi con Glauco, Elisa e Francesca, preoccupatissimi per il ritardo sulla tabella di marcia. Per calmare il ping-pong di sms si fa un giro pro forma fino alla stazione ferroviaria. Non c’è nessun treno che faccia al caso del gruppo, e comunque non c’era nessuna voglia di prenderlo. Il terzetto esce dai portici della stazione cantando Kiss, di Prince: “non devi essere ricca per essere la mia ragazza… (You don’t have to be rich to be my girl…)”. Il treno lo si fa con le bici. Gigi spiega come andare a ruota e darsi il cambio, e per alcuni effervescenti minuti i tachimetri superano i 30 all’ora, fatto più che raro in tutto il viaggio, a parte le sporadiche discese. Il vento taglia la faccia del primo della fila «Coraggio y espero», incita Alain. Quando dal marsupio escono le barrette ai cereali, il belga commenta «Bonne idée» e Alberto approfitta per insegnargli un po’ di dialetto: «Bendessa» (Dio ti benedica). Quando Alain sta per ricambiare con una lezione di fiammingo, tre cicogne si posano sulla ciclabile tacitando tutti.

A Mohacs si attraversa per la prima volta il Danubio con un piccolo traghetto. Gigi fotografa i viaggiatori. Alberto si perde a guardare i chilometri di fiume lasciato alle spalle, Alain regge la propria bicicletta con fierezza tra due file di automobili. Pochi chilometri e il confine croato. Le informazioni su dove mangiare sono il pretesto per attaccare bottone alle belle signore del posto, nessuna abbocca ma i tre finiscono in un buon ristorante. «Annibale vinse a Canne, poi ci restò in mezzo negli ozi di Capua…», commenta Alberto alla fine del lunghissimo pranzo annaffiato di birre.


Il busto di Wojtyla. Foto © Giulia Bondi

Una fila di tir fermi ristora i ciclisti con la propria ombra, lungo la strada che porta alla frontiera di Udvak. Le rassicuranti stelline dorate che hanno unito monete e confini d’Europa lasciano posto allo spezzatino di valute e dogane detto Balkan. Il cielo azzurro è tempestato di nuvole e i camionisti incoraggiano il terzetto. L’accordo col gruppo di testa della corsa è incontrarsi a Osijek, ma dopo il primo gran premio della montagna del viaggio la sosta viene spontanea. Il minuscolo paese si chiama Dubos?evica e accoglie i viaggiatori con il suo cimitero fitto di lapidi color grigio scuro. Quasi tutte portano stampata in nero lucido la foto del defunto, e alcune sono tombe di famiglia preparate in anticipo: accanto all’immagine del congiunto già sepolto, hanno il nome e la data di nascita di chi è ancora vivo. Al momento dell’irreparabile, non resterà che aggiungere le ultime due cifre dell’anno di morte. La piazzetta centrale del paese è dedicata alla Gioventù croata, un ragazzino sorridente si dondola sull’altalena col campanile sullo sfondo e un busto bronzeo di Karol Wojtyla con tanto di bandiera vaticana dà il benvenuto. Alain si concede una pennichella sotto un albero promettendo di farsi vivo la sera.

La valuta è cambiata, non ci sono i soldi giusti per comprarsi una bibita fresca, ma dopo pochi chilometri ha inizio lo spettacolo gratuito del parco nazionale Kopacki, un paradiso terrestre su un ramo cadetto del grande fiume. Ai lati della ciclabile pascolano pecore e cavalli, tornano le cicogne e attraversa qualche cucciolo di cinghiale. Gli alberi si specchiano negli argini alluvionati. Acqua verde e cirri bianchi si tingono di rosa e le ombre si allungano. In giro solo qualche contadino sul trattore. È già quasi buio quando il parco proietta la sua ultima attrazione: la tragicommedia dei batraci suicidi. Un cartello avverte ‘Attraversamento rane’, migliaia di sagome dei poveri anfibi di ogni età e dimensione sono stampate sull’asfalto, molti altri cadranno al passaggio delle sei ruote. «Io ho una bellissima pedalata» ripetono i ciclisti come un mantra cercando di fare scorrere l’asfalto fino a Osijek e dimenticare la strage appena compiuta.


Il parco nazionale Kopacki. Foto © Giulia Bondi

 

Alla città, prima turca poi austroungarica, che si fregia pure del nome italiano di Ossero, si arriva trafelati, coi fanali accesi. Le strade dal pavé bianco sono illuminate da lampioni flebilissimi, timidi cerchi di luce arancione che aumentano il fascino decadente ma pulito delle facciate e delle piazze rettangolari. Dopo pochissimo ecco anche Alain. A cena scorre crno vino, denso e tannico, e Alberto rimpiange “una bella boccia di Grasparossa”.

2 continua.

 

Fonte: www.galatea.ch

* un ringraziamento particolare all’autrice per aver acconsentito alla pubblicazione

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