5 Agosto 2013 | Croazia | danubio

Danubio, diari della bicicletta. Terza parte.

Danubio, diari della bicicletta. Terza parte.

di Giulia Bondi. Terza parte del “diario su due ruote” della giornalista Giulia Bondi, in viaggio assieme ad un gruppo di amici da Budapest a Belgrado. In questa puntata le distese della Slavonia, Vukovar e l’arrivo in Serbia presso Novi Sad, capitale della Vojvodina.

 

La torre

Osijek-Vukovar. 44 km. Minimi saliscendi, strade asfaltate secondarie.  Forature: una. Pranzo e cena a Vukovar, nei caffè al lato del Danubio. Pernottamento: Hotel Dunav. Merenda: a casa di Sandra, alle porte di Vukovar.

Se il miracolo di Josip Broz Tito è stato tenere sotto la stessa bandiera gli ex sudditi di Francesco Giuseppe e i discendenti dei giannizzeri, il sestetto appena formato sulla piazza di Osijek non manca di vivaci differenze. Gigi è ancora addormentato, tutina aderente e maglietta coordinata con la scritta “Rock no war”. Alberto in maglia rossa, pantaloncini imbottiti neri e ginocchia doloranti. Da stamattina pedaleranno con loro Elisa e Francesca, sorridenti in occhiali da sole, caschetto e foulard colorati. Caschetto in testa anche per Glauco, in total black a cavallo di una bici candida, due sacche minimaliste senza nulla che sporge, minuscoli fanali a led, un’attrezzatura essenziale ma perfetta. Infine Alain, maglietta di cotone dell’ultimo tour dei Radiohead, pantaloncini consunti, sacca da palestra legata di traverso sul portapacchi, due piccole borse di attrezzi scelti a caso e una tenda – mai usata – agganciata al manubrio con un elastico.

Il sestetto appena composto si ferma subito per un rifornimento a un mercatino di quartiere, dove la frutta si pesa ancora su vecchissime stadere di metallo. La strada di periferia è percorsa da vecchi tram. Accanto, muri di cemento costellati di pubblicità di vestiti e di formaggini. Si pedala lontano dal fiume, tra vigneti e paesini colorati. Fuori dalle case, le prime cataste di legna spaccata in vista dell’inverno. Senz’altro, tra poco, qualcuno inizierà a pelare peperoni per la conserva di ajvar.

Una guerra fratricida consuma le ginocchia di Alberto: risparmiare la destra affaticata non fa che compromettere la sinistra. Quando Elisa fora, alle porte di Vukovar, Francesca approfitta della pausa forzata, abbandona il foulard bon ton e si trasforma in una sorta di zingara guaritrice. Risana l’infortunato con una serie miracolosa di esercizi basati su movimenti impercettibili dell’interno coscia. Intanto, si affacciano da casa Sandra, Vera e Nikola, con pizzette e kolaci per i forestieri. Insistono a larghi sorrisi e gesti perché si entri. Rifiutare è impossibile.

Dal giardino con il cane e la vecchissima Volkswagen parcheggiata si arriva a una piccola veranda con i muri intonacati, il pavimento in cemento, un tavolo con le sedie di plastica e uno stereo posato per terra. Il marito di Vera fa il poliziotto, lei non ha più lavoro da molti anni. Stavano meglio quando c’era Tito, facevano perfino shopping a Trieste, ammette sorseggiando Nescafé, uno status symbol immancabile anche nella più decaduta delle case borghesi. L’ottimo caffè turco dal fondo melmoso di grani macinati fini lo offrono ormai solo i profughi e i rom. Vukovar. Degli 87 giorni di assedio del 1991, Vera e Sandra non fanno parola. Ne parla la torre piezometrica crivellata di colpi, e i buchi a rosa delle granate che costellano portici e palazzi. Il resto della città sembra di nuovo discretamente ricca e spensierata. “Il primo urbicidio europeo dopo il 1945” si respira tra le tombe, le croci bianche e un sacrario pieno di ceri accesi, con le tinte del tricolore croato bianco, rosso e blu. Decine di lapidi portano le stesse date di morte e la stessa scritta, Hrvatski Branitelj, difensore della Croazia. Ma il racconto dell’insanabile odio etnico vacilla per un istante davanti alla tomba di Husein e Cilika, sepolti insieme, stella e mezzaluna per lui, croce per lei. 


Vukovar. Foto © Giulia Bondi

I ponti

Vukovar-Novi Sad. 99 km. Prevalentemente su strade secondarie. Nell’ultimo tratto su argine asfaltato e sterrato. Attraversamento del Danubio e del confine a Ilok (la frontiera è subito dopo il ponte), preceduto da circa 20 km di saliscendi. Forature: nessuna. Pranzo: minimarket di Čelarevo. Cena: Novi Sad. Pernottamento: Hostel Sova, Novi Sad.

Le prime luci entrano dalle finestre dell’hotel Dunav, quindici piani di pura nostalgia socialista e un enorme salone per le colazioni con foto di Vukovar al tempo che fu. L’acqua del fiume riflette il rosa dell’alba, vira sull’argento per qualche minuto, poi azzurro chiaro. Oggi si passa un’altra frontiera. Ieri per poco non si è entrati in Serbia da clandestini, nell’entusiasmo della trattativa con un anziano Caronte che avrebbe trasportato bagagli e biciclette dall’altro lato per una cifra irrisoria. Mancava solo la Carina, la dogana, dove viene timbrato il passaporto. Chi abita qui può ancora attraversare il fiume come una volta, come se non fosse adesso un confine tra due Stati. Per gli stranieri, invece, la frontiera è trenta chilometri più avanti, tutto un saliscendi da intervallare con spuntini e succhi di frutta. Si lascia la Croazia sul ‘Most Ilok’, un ponte-terra di nessuno, sul cui cartello qualcuno ha scritto ‘Tito’ a grandi lettere stampatelle.

Al cambiavalute di Backa Palanka si perde giusto il tempo necessario per non assistere in diretta a un grave incidente sulla statale. Chi l’ha visto però è Marko, ventenne strampalato dal sorriso monumentale e la forza di un cavallo da tiro. In sella alla sua bici senza cambi segue il gruppo per oltre dieci chilometri, pur di continuare a esercitare il suo inglese ripetendo ossessivamente la dinamica dello scontro. Si è messo in testa che proseguirà anche lui fino a Novi Sad, dove può dormire dal cugino. Solo l’efficace rudezza di Alberto lo convince, infine, a tornare a casa.


Backa Palanka. Foto © Giulia Bondi

Poco dopo due anziane contadine, sedute sull’argine, su sgabelli portati da casa. Avranno una ventina di denti in due. Sono così diverse ma complementari, ognuna ha la propria stampella, ognuna la propria borsetta, una in rafia intrecciata e l’altra in tela. Una è apparentemente più vecchia e tutta in nero, tranne un accenno di fantasia leopardata sulla camicia. L’altra, più sbarazzina, ha un cappello da pescatore che le copre quattro ciocche di un biondo impolverato, e siede fumando a gambe larghe in pantaloni e gilè. La riva si trasforma ancora, diventa una pineta, intervallata ogni tanto dalle palafitte colorate di piccoli bar. Verso Novi Sad cominciano i lavori in corso, gli operai stanno stendendo enormi teli di plastica nera tra la ciclabile e il fiume, chi torna tra qualche anno forse troverà una discoteca. La piazza centrale è ordinata e piena di bancarelle. L’asfaltatura della via in cui sorge l’ostello restituisce un po’ di caos balcanico. Nella reception si parlano cinque o sei lingue diverse, gli zaini per terra sono tutti simili e l’intera stanza con tutti i presenti potrebbe trovarsi tranquillamente anche a Praga, Berlino o Copenhagen. Le biciclette dormono in un cortile invaso dalle ortiche.

3 continua.

 

Fonte: www.galatea.ch

* un ringraziamento particolare all’autrice per aver acconsentito alla pubblicazione

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