14 Maggio 2013 | Ungheria | danubio

Danubio, diari della bicicletta.

Danubio, diari della bicicletta.

di Giulia Bondi. In vista del viaggio lungo il Danubio serbo in programma dal 25 agosto al 1 settembre, vi proponiamo uno splendido diario di viaggio “su due ruote” da Budapest a Belgrado che la giornalista Giulia Bondi ha tenuto nell’estate del 2010 per la rivista svizzera Galatea. Iniziamo oggi con la capitale ungherese e la pianura pannonica.

 

 

Danubio, vena azzurra d’Europa, dal Bastione dei pescatori di Budapest al confine ottomano di Kalemegdan, la fortezza di Belgrado. Seicento chilometri in bicicletta tra campi e pianure, piazze austroungariche, memorie cristiane, ottomane, ortodosse. E ceneri calde delle guerre recenti: torri crivellate, ponti bombardati. L’acqua del grande fiume danza, accelera, chilometro dopo chilometro, percuote le chiome degli alberi negli argini allagati.


Mappa elaborata da Alice Padovani.

Muove l’aria che alza crinoline e poliesteri di spose bambine che danzano al ritmo di percussioni e trombe sulle sue rive. Manda la brezza che solleva i miniabiti sulle gambe lunghe che incedono sulla Knez Mihailova, accompagnate dalle battute incalzanti del turbofolk. Segna il tempo dei pescatori sugli argini e sfida i corpi delle giovani bagnanti in bikini. Fango e sabbia sui telai, piedi polpacci e cosce sui pedali, il sellino che insulta i sederi.

La pianura si distende infinita, modulata da piccoli declivi di vigneti, screziata dalle teste dei girasoli, carica di umidità tra gli steli altissimi del mais transgenico, ferita dai cartelli ‘danger!! mines!!’ alle soglie dei boschi, ogni tanto all’orizzonte campanili e torri dell’acqua. La tratta Budapest-Belgrado, in larghissima parte pianeggiante, fa parte dell’itinerario europeo Eurovelo 6, la lunga ciclabile che segue il Danubio. Ungheria, Croazia, Serbia, con city bike, borse impermeabili montate sul portapacchi posteriore, più portaoggetti da manubrio, con un carico complessivo di circa 10 kg per ogni viaggiatore. No tende o saccapeli data la qualità di alberghi e ostelli. Dotazione necessaria: tutto l’occorrente per la riparazione della bicicletta. Dotazione indispensabile: protezione antizanzare, calzoncini imbottiti da bicicletta, giacca antivento, caschetto. In caso di problemi tecnici, i trasporti locali in treno o bus esistono, non particolarmente efficienti. Il fiume porta il profumo della Foresta Nera da cui nasce, si mescola a polvere e terra in una densità verde scura. Scorre incurante di simboli e bandiere che si sono alternate nei decenni. Il viaggio è una caccia al thesaurus di eco e differenze. Ogni metro sui pedali è un pezzo di fatica e sudore da stemperare con birre ghiacciate, zuppe di frutta, fagioli e carne alla griglia. E pane, che prima si chiama kenyér e poi kruh e poi hleb, ma hanno sempre la crosta morbida e la mollica bianca le fette che arrivano disposte in bell’ordine sul tovagliolo candido.

 

Budapest.

Venezia-Budapest. Arrivo alla stazione di Keleti in cuccetta, compartimento da 6 posti, offerta speciale tariffa Smart €60. Biciclette smontate e confezionate in pacchi compatti. Cena sull’isola di Sziget. Pernottamento: Karoly central hostel.

I pezzi dei trabiccoli d’acciaio sono sparsi sul marciapiede della stazione Budapest-Keleti. Le brugole avvitano, le mani si sporcano, gli imballaggi del trasporto finiscono nella spazzatura. Il caffè ha tavolini fuori e ombrelloni, le bici sono appoggiate alla fioriera, le birre sui tavolini. Poi, il periplo della città, torri bianche e ponti, bellezze locali in bici da corsa, i coni fiabeschi del Bastione dei pescatori, una festa di nozze con invitate in tacchi a spillo e capelli rossi e bimbette in rosa che corrono scalze a perdifiato, poi siedono sui gradini con l’affanno e i piedi grigi. I bar vendono bevande alla cannabis. Nel parco di Sziget, attraversando l’isola che si chiama Isola, sotto la luce fioca dei lampioni, le bici fanno lo slalom tra le famiglie a passeggio con palloncini e zucchero a velo, dal fondo di sei chilometri di viale alberato arrivano le ultime note del concerto degli Iron Maiden. E poi lavori in corso, fila davanti ai cambiavalute, orchestrine sulle piazzette lastricate, commessi dei fast food che non vedono l’ora di andare a dormire, bellezze fotoritoccate che ammiccano dai manifesti e giovani coppie in posa per l’album delle vacanze.  Alberto e Luigi. Geometra il primo, fotografo il secondo, si sono conosciuti alla stazione di Modena un minuto prima di partire. Tra due giorni hanno appuntamento con un altro gruppetto di tre ciclisti, alla fine dell’Ungheria e inizio Croazia. Uno è al primo viaggio in bicicletta, l’altro ha vinto campionati e gare di mountain bike e conosce la meccanica del mezzo quasi più della sua macchina fotografica.

 


La stazione Keleti di Budapest. Foto © Giulia Bondi.

Gigi la brugola.

Budapest-Solt. 103 km. Totalmente pianeggiante, lato sinistro del Danubio. Partenza ore 9.30, arrivo ore 20. Forature: due. Strade secondarie asfaltate, argine asfaltato, argine sterrato, brevi tratti su strade statali. Colazione: Budapest. Pranzo: Savoyai Kasteli, Rackeve. Cena: nell’unico ristorante aperto di Solt. Pernottamento: Hotel Szalloda Etterem, Solt.

Si pedala dritti verso la periferia di Budapest, gli edifici neoclassici lasciano spazio al gusto sovietico e subito vince la campagna. La ciclabile, sulla riva sinistra del Danubio, è una lingua d’asfalto tra il fiume e il muro di una fabbrica di esplosivi abbandonata, riconquistata da edere e felci. È rimasta in piedi una sola delle colonne all’ingresso e ora fa coppia con il cartello giallo che recita Eurovelo 6, con le dodici stelle della Ue e la freccia a indicare la direzione della ciclabile. Dal fiume non salgono le note di Strauss o il Sogno d’amore di Listz, ma un inatteso ritmo tribale. Dagli alberi sulla riva che coprono la vista, sbuca per primo un drago giallo, poi una bionda che percuote un grosso tamburo rosso. È un ‘otto con’ di canottaggio, il drago è la polena del natante, la bionda il timoniere che dà il tempo. Il fiume si allarga e la ciclabile si restringe, si costeggia la riva finché le gomme non rimbalzano pericolosamente sui sassi e la fitta vegetazione non insinua dubbi. Si torna indietro, all’incrocio di una piccola strada due pescatori scendono dagli scooter per dare indicazioni, suggeriscono itinerari disegnando arabeschi con le mani, accompagnati da commenti in una koiné francoinglese, italomagiara. Dalle borse sul manubrio esce la mappa austriaca, lei non può sbagliare. L’errore c’è stato e si paga in fatica e smog: dieci chilometri di statale, testa bassa e dita strette sul manubrio per non farsi spostare dai tir, prima di tornare tra le case di villeggiatura dai tetti a punta, ognuna con la sua barchetta davanti. [Rischio caduta a causa di una ragazza bionda, che butta il pattume coperta solo da due ciabatte e tre minuscoli triangoli del bikini; poi di nuovo paesi in stile austriaco, in una rotatoria un piccolo monumento commemora tre caduti del 1956. L’anno della rivolta al regime sovietico].

Alle 14 zuppa di frutta al ristorante Savoy di Rackeve, un palazzotto candido con grandi vetrate. Le sedie di plastica sparse sul prato e l’orchestrina di rom in gilet e cravatta ricordano un banchetto di matrimonio. Gli scaldavivande del buffet si aprono su lasagne e carne in umido, poi insalate e frutta all you can eat. Passa un ciclista americano in ciabatte infradito, la chitarra di traverso sul portapacchi. Le sedie non bastano, dall’interno ne hanno portate di legno, con lo schienale alto intagliato, che sembrano uscite da una baita altoatesina. Su una siede un uomo in braghette beige – stazza tabaccaia di Fellini in Amarcord -, calzini color carta da zucchero come la canotta spiegazzata, davanti, sul tavolo, tanti boccali di birra, tutti vuoti. Pedivelle e corone ricominciano a girare tra i campi di mais accanto ai canali, pochissimi incontri nel caldo umido del pomeriggio, bustine di integratori si sciolgono all’ombra delle sporadiche querce, finché sul bordo di una strada strettissima s’intravedono una ruota, un telaio, una sacca e un mucchietto disordinato di chiavi inglesi. «Can you do that?», implora un ragazzo con una t-shirt del Brasile, con in mano il copertone della sua city bike sgangherata. È  Alain, di Bruxelles, viaggia in direzione Belgrado, lì lo raggiungeranno degli amici per andare al festival degli ottoni di Guća. Luigi – già dalla stazione di Budapest ‘Gigi la brugola’ – lascia a malincuore la Ricoh digitale che tiene ininterrottamente accesa, armeggia un po’ sul velocipede fiammingo fino a capire che  Alain non ha i pezzi di ricambio giusti. Il dono di una camera d’aria suggella l’incontro e si prosegue insieme. “E la linea ritorna a Fabrizio Maffei”, chiosa  Alain nell’unica frase in italiano che conosce. Le soste sono state troppo lunghe, a Solt, all’arrivo, è buio, al primo marciapiede del centro abitato una nuova foratura. Gigi ricomincia, stavolta ostacolato da una nuvola di zanzare e dai consigli in lingua di un umarell locale, la specie umana diffusa in quasi tutto il mondo di quelli che si fermano a guardare e dispensano saggezza. Nell’unico ristorante aperto è rimasta solo la zuppa, acqua tinta di rosso da cui di tanto in tanto affiorano frammenti di pesce. Per darle consistenza, la si accompagna con tanto pane e una compilation di Celentano, Modugno e Loredana Berté.

 1 continua. Leggi la seconda parte.

Fonte: www.galatea.ch

* un ringraziamento particolare all’autrice per aver acconsentito alla pubblicazione

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