16 gennaio 2017 | Serbia | turismo culturale

In Serbia tra tradizione, fede e mito. Ultima parte

In Serbia tra tradizione, fede e mito. Ultima parte

di Rossella Saltini. Lo scorso giugno la nostra associazione ha organizzato un viaggio culturale in Serbia, da Belgrado alle regioni della Šumadija e Raška, cuore spirituale del paese. Pubblichiamo con piacere un reportage scritto da una delle partecipanti.

 

 

 

 

Quarto giorno

Di nuovo in movimento, destinazione Novi Pazar e i monasteri nei dintorni.

Lungo la strada si rincorrono paesini simili tra loro, fra una casa e l’altra più o meno gli stessi negozi, più o meno le stesse vetrine: la parrucchiera, il bar, la panetteria e i negozi di ferramenta con le rituali e per noi inusuali esposizione di carriole.

Abbandoniamo per un oretta la concretezza del quotidiano respirato nei paesini, per arrivare al monastero di Sopoćani. Così come quello di Žiča anche quello di Sopoćani sorge in una zona collinare. Nominato dall’Unesco nel 1979 Patrimonio Mondiale dell’Umanità, conserva ancora integri numerosi affreschi ed è abitato da un buon numero di religiosi.

Il Monastero con i suoi silenzi, il suo verde di prati e boschi ci appare come un’oasi di tranquillità, varrebbe forse la pena fermarsi un po’ di più ma il viaggio incalza.

L’arrivo a Novi Pazar, città principale del Sangiaccato suddiviso fra Bosnia-Erzegovina e Montenegro, si preannuncia con un graduale cambiamento del paesaggio urbano. Fra le case svettano qua e là i minareti delle moschee e le vetrine dei negozi di abbigliamento mostrano manichini con il capo coperto dall’Hijab e in abiti lunghi fino alle caviglie.

Scesi dal pullman ci troviamo subito a contatto con la tipica atmosfera ottomana, che tanto ricorda Sarajevo. L’antica vocazione commerciale di Novi Pazar (il nome tradotto dal turco significava Nuovo Bazar) si rispecchia subito nel gran numero di negozi e locali affacciati sulla piazza principale. Notevoli le botteghe orafe: in vetrina orecchini con i pendenti di qualche centimetro di diametro, collane di oro giallo con ciondoli patacca, pietre preziose o loro imitazioni, monili adatti ai personaggi delle “Mille e una notte”.

Ma il flash back non si ferma ai bijoux: i cavalli a dondolo e le macchinine in vendita nei pressi della piazza riportano indietro nel tempo, a oggetti reperibili oggi in Italia solo nei mercatini del modernariato

Girovaghiamo da meno di un’ora e Novi Pazar ci regala lo stupore ad ogni passo. La panetteria affacciata sulla via e il suo continuo sfornare di pagnotte sono un richiamo irresistibile. La chiamata del Muezzin (sono quasi le 13) ci porta con il pane caldo fra le mani verso la Moschea. Sostiamo per un po’ nel cortile osservando il via vai di fedeli, poi via verso il mercato.

Fra le bancarelle, stipate l’una all’altra, le merci sono fra le più svariate: accanto ai generi alimentari, si trovano abbigliamento, scatolette di lamette per rasoi, tinte per capelli all’hennè, spazzolini per il WC, tegami in rame, stivali di gomma e tutta un’oggettistica un po’superata.

Prima dell’arrivo del pullman rimane giusto il tempo per un caffé che decidiamo essere il tipico caffé turco. Purtroppo le nostre speranze di vederlo servito nei pentolini di rame si infrangono sulla porcellana “made in China” delle tazzine. Ce ne facciamo una ragione e rimandiamo l’appuntamento a una delle prossime visite in Bosnia.


La chiesa di San Pietro e Paolo        

Le atmosfere orientali di Novi Pazar, lasciano il posto a un’altra tappa lungo la strada: la Chiesa di San Pietro e Paolo risalente al X secolo e patrimonio dell’Unesco. L’altissima cupola centrale riporta ancora gli affreschi originali, presenti anche lungo le pareti. Salendo una ripida gradinata è possibile osservare, dall’alto di un camminamento circolare, l’interno della chiesa e i suoi affreschi millenari. Alle suggestioni dell’interno si aggiungono quelle dell’esterno. Il cimitero che circonda l’edificio con le sue antiche sepolture è un insieme di croci e lastre tombali messe più o meno di traverso per il cedimento del terreno. L’impressione è di trovarsi fuori dal tempo, qui o altrove.

Di nuovo a bordo e su verso il Monastero di San Giorgio, in cima a una collina da cui lo sguardo si perde fino alle montagne che segnano i confini con Kosovo e Montenegro.

Il monastero, edificato nel XII secolo, accoglie il visitatore nel suo abito di pietra ingrigita dal tempo sulla distesa di un prato verdissimo, dove gli unici intrusi sono grappoli di piccole margherite selvatiche.

Le recenti opere di restauro degli ingressi esterni, hanno visto la posa di portali in marmo candido con porte di legno chiaro in una scelta di difficile interpretazione.

L’interno, un tempo riccamente affrescato, risulta ora piuttosto spoglio e le poche opere rimaste non riescono a imporsi sui toni grigio/beige della pietra.

La visita si conclude nel “bookshop” del monastero, fra icone, candele e pubblicazioni sui monasteri della via Transromanica di Serbia.

Al nostro arrivo a Studenica veniamo accolti da una pioggerella leggera e dalla vista di un gruppo di bambini che giocano nel giardino davanti alla foresteria dove passeremo la notte.

Prendiamo posto nelle camere sobrie, arredate con mobili di legno scuro dove niente è concesso al superfluo. Altrettanto sobria si rivelerà la cena, a base di zuppa, trota e patate lesse consumata nella sala/refettorio poco dopo il nostro arrivo. Finita la cena e chiusa la sala, nella foresteria i rumori si smorzano e le presenze si diradano. La buonanotte arriva presto.

Quinto giorno

La notte trascorsa a Studenica ci consente di essere fra i primissimi visitatori del monastero divenuto patrimonio Unesco nel 1986 e fatto erigere alla fine del XII secolo da Stefan Nemanjia il fondatore della dinastia serba considerato anche il padre della patria. Sui muri delle chiese principali, quella della Vergine, quella di San Gioacchino e S. Anna e quella di San Nicola, si trovano impareggiabili collezioni di affreschi in stile bizantino del XIII XIV secolo. Fra le mura del monastero ha trascorso parte della sua vita anche il figlio di Stefano, Sava, uno dei santi più venerati nella tradizione ortodossa.

Il viaggio procede lasciando il sacro alle spalle. Il profano si materializza con le sembianze della fortezza di Maglič, imponente costruzione medievale sulla cima di una collina da cui si domina un’ansa del fiume Ibar. Dalle torri e dai camminamenti della fortezza la vista si stende a 360 gradi su quella che un tempo era l’antica via che dalle grande Morava conduceva in Kosovo.

L’autobus riprende la strada tortuosa e la giornata all’insegna del profano fa tappa a Bogutovac presso il ristorante “Kod Mira” dove troveremo ad attenderci un’abbondante tavolata con varie specialità locali.

I tavoli coperti dalle tovaglie a quadretti si mescolano a complementi d’arredo originali: quadri della tradizione serba, sciabole, elmetti e altre suppellettili, fra cui anche un grande flipper.

Da una delle televisioni appese alle pareti i “Platters” cantano le loro canzoni in bianco e nero, Only you, smoke gets in your eyes, the great pretender, inondando la sala di melodie senza tempo e rendendo questa kafana un luogo difficilmente replicabile.

Il tempo si dilata e infatti è già pomeriggio inoltrato quando partiamo alla volta di Gledić, dove è in programma la serata presso il presidio slow food “Crvena Ranka”, apprezzato per la sua produzione di grappa alle prugne e rinomato per le specialità della sua cucina.

Il transfer verso la fattoria si rivelerà piuttosto avventuroso: il mezzo di trasporto è un trattore che arranca lungo le strade sterrate, rese fangose dalle piogge recenti. Dietro al trattore il rimorchio adibito a trasporto passeggeri con quattro assi che fungono da panca e due pallets che fanno da schienale all’ultima fila. Il trattore procede la scalata verso la fattoria, fra pozzanghere, arbusti ad altezza occhi, buche e varie asperità del terreno facendoci sentire un po’ pionieri.

All’arrivo sarà la famiglia Velijovic al gran completo a darci il benvenuto e ad accompagnarci prima alla distilleria per spiegare le varie fasi di produzione della grappa, poi nella sala dove verrà servita una cena che definire luculliana risulta riduttivo.

Lasciamo la fattoria sull’onda di saluti, ringraziamenti e bambine che regalano rose alle signore, pronti ad intraprendere la vorticosa discesa al termine della quale troveremo il pullman che ci porterà a Kragujevac per trascorrere la notte.

Sesto giorno

La giornata prende l’avvio con la visita di Kragujevac il cui destino economico è stato legato già negli anni ’50 alla fabbrica di automobili “Zastava”, produttrice su licenza Fiat di autoveicoli da destinare al mercato dell’Europa dell’Est.

Fra l’alternarsi degli eventi – il bombardamento Nato del 1999 aveva danneggiato la fabbrica in modo pesantissimo – la produzione e la commercializzazione con il marchio “Zastava” è proseguita fino al 2008, anno in cui la Fiat ha rilevato lo stabilimento. Attualmente negli stabilimenti di Kragujevac viene prodotta la 500L destinata ai mercati di tutto il mondo.

Nella tarda mattinata lasciamo Kragujevac per arrivare a Zemun attorno a mezzogiorno. Passeggiamo pigramente sul lungo Danubio, gettando occhiate alle barche attraccate alle rive, consci che di lì a qualche ora la nostra avventura serba terminerà. Il tempo di mangiare qualcosa ed è già tempo di ripartire verso Belgrado per raggiungere l’aeroporto e la stazione degli autobus.

A noi, viaggiatori anticipati giunti a Belgrado con l’autobus, rimangono ancora parecchie ore prima di mettere la parola fine al viaggio: il lungo transfer notturno Belgrado-Mestre ci aspetta.

Le ripetute soste alle frontiere con salite e discese per il controllo dei documenti interrompono spesso il nostro sonno. Stavolta l’alba ci coglie nei pressi di Trieste e lì, assieme alla stanchezza, comincia già a farsi sentire quell’accenno di nostalgia per luoghi e persone che accompagna il rientro da questi viaggi balcanici, indizio inequivocabile che, per l’ennesima volta, il viaggio ha colpito nel segno!

(3. Fine)

Leggi la prima parte

Leggi la seconda parte