Il fotografo Boris Kralj vive nel quartiere berlinese di Schöneberg, dove è nata Marlene Dietrich e dove John Fitzgerald Kennedy si dichiarò ein Berliner nel 1963. Di madre serba e padre croato, Kralj è nato a Göppingen, nei pressi di Stoccarda, ed è uno dei numerosi figli dei Gastarbeiter arrivati in Germania negli anni settanta. Kralj si definisce jugo-tedesco, prima di definirsi serbo o croato. Durante l’infanzia per un pomeriggio a settimana frequenta la scuola «jugoslava» e apprende la storia locale delle sue radici, la loro geografia, le gesta di Tito, il cirillico.

«La maestra mi parlava del mio paese, ma io non ne sapevo nulla. In seguito ho iniziato ad andarci ogni estate con i miei genitori, per tutta la mia adolescenza. Quando dico che sono serbo la gente storce il naso, per tutto quello che è successo politicamente e non negli ultimi anni, ma se dicessi che fossi croato, invece, tutti avrebbero una espressione serena, pensando alle coste e alle isole. Ma io mi sento culturalmente e profondamente jugoslavo. Mio nonno era partigiano, mio zio è morto nella guerra d’indipendenza croata, e mia madre si è sempre definita jugoslava, prima che serba, detestando ogni forma di guerra». Boris torna in Jugoslavia, anni dopo, quando il paese così chiamato, di fatto non esiste più. Disorientamento politico e una crisi economica hanno scardinato definitivamente il vaso di Pandora delle rivendicazioni etniche o presunte tali. Lo scorso febbraio a Berlino Kralj presenta la sua personale fotografica su Belgrado:  Yu & Me / My Belgrade, raccolta nell’omonimo libro fotografico, ordinabile attraverso il suo sito (www.boriskralj.de e www.mybelgrade.de) oppure su Amazon, a circa 30 euro. Il progetto fotografico, iniziato dodici anni fa, si snoda in dieci anni di pendolarismo tra Berlino e Belgrado. Dieci anni in cui la città serba si trasforma completamente. Al fotografo non interessa il ritratto oggettivo, moderno, di una città ma un percorso personale ed emozionale nei ricordi di un paese che non c’è. Il vecchio, il non rimosso, della sua, e non solo, storia. Ogni foto è un ricordo d’infanzia ed allo stesso tempo è testimonianza sia della non completa rottamazione della storia in qualcosa di vintage e sia degli inevitabili cambiamenti. Non tutti gli edifici rappresentati o i loro dettagli, come il prefisso «jugo», baluardo di una vecchia pubblicità, sono ancora presenti nelle stesse vie di Belgrado. Il repertorio urbano che emerge dagli scatti di Yu&Me è l’iconografia di uno spirito non visibile in assoluto, ma ancora presente nelle persone.
 


Il vecchio cinema Balkan. Foto © Boris Kralj.

I vecchi edifici di Belgrado sono brutali e maestosi allo stesso tempo. Sempre attraenti nel loro nascondere bellissimi dettagli, osservati come uno skyline che attraversa la periferia della città. Le immagini del maresciallo Tito si affastellano nei mercati delle pulci, come i turisti nel museo storico e una vecchia porta di un cinema chiamato «Balkan» è solo una porta che suggerisce molte storie. Ora questo vecchio portone sta diventando un cinema multisala, rincorso dall’avanguardia. C’è una foto, scattata in inverno, con il logo dell’acqua minerale slovena Radenska sulla cima di una torre. Perché questa foto? «Ho alzato gli occhi e ho visto questo logo con i suoi tre cuori rossi. Ho ricordato subito la mia infanzia con i miei zii e cugini in Croazia, il sole il mare. Questi sono ricordi felici. Nello spot della tv commerciale il marchio era rappresentato da persone con i loro costumi tradizionali jugoslavi, volenti o nolenti questo è per me un simbolo emotivo, e credo anche per altri. Ora in Serbia è molto difficile trovare quest’acqua minerale, ma non in Slovenia, ad esempio».

L’iconografia consumistica è sempre uno spunto interessante per considerare la storia e le sue modifiche nel tempo. Ma quanto è diffuso oggi questo comune sentire nella gente di Belgrado? Oltre a cogliere l’attualità di una città attraverso la fotografia, Kralj intervista gli abitanti sulla loro percezione di un persistente spirito pre ex-Jugoslavia. Ciò che ne emerge è un quadro composito tra chi vuole dimenticare, chi teme gli spettri del passato e chi ritrova la propria appartenenza in un paese scomparso solo nella propria intima autobiografia. «Oltre a fare foto ho deciso di girare un video in cui chiedo a diverse persone, per le vie di Belgrado, se ancora per loro esiste uno spirito jugoslavo. Alcuni di loro mi hanno chiesto se fossi comunista. In realtà no, la mia è una nostalgia non politica ma culturale, anche se credo che nei paesi confinanti con la Jugoslavia ci fossero forme di comunismo ben più rigide. Questa forte appartenenza culturale che sento per la vecchia Jugoslavia e che non avverto tra i tedeschi per la Germania, mi è utile anche per provocare un dibattito vivace sul rispetto e la convivenza tra culture, portando anche curiosità verso il paese dei miei genitori».

Questa stessa curiosità sta seducendo a piccoli passi gli attenti osservatori delle nuove terre da conquistare, artisticamente e socialmente. La città bianca (traduzione di «Belgrado» dal serbo) sta vivendo un momento di effervescenza creativa e c’è già chi osa paragonarla alle fucine alternative della Berlino di almeno vent’anni fa. Kralj, artista tra i due mondi, conferma e spera che questo non solletichi troppo gli appetiti dei falchi della gentrificazione che, ad esempio, ha trasformato la capitale tedesca in questi anni. Nonostante gli inevitabili problemi economici e sociali, la Serbia di oggi cerca di riscattarsi dal suo passato e di avvicinarsi politicamente, non senza qualche allergia euroscettica, all’Europa facendo mea culpa di orrori ed errori, consegnando criminali di guerra, non senza le tinte fosche che già il sociologo Aljoša Mimica, uno dei fondatori del Circolo di Belgrado (gruppo di intellettuali che si oppose negli anni novanta alla degenerazione della società serba), considera ancora presenti nella società. Disoccupazione, malasanità, abusi edilizi, la questione dei profughi dal Kosovo, Bosnia-Erzegovina e Croazia, i rancori dei nazionalisti. Dietro l’alba c’è ancora un po’ di tenebra, dunque.


L’insegna dell’acqua minerale slovena Radenska,  Foto © Boris Kralj.

Accanto al progetto di My Belgrade, Kralj fotografa attori, modelle e artisti noti, diramando il suo lavoro su una sponda fashion che potrebbe stupire gli amanti del suo approccio a Belgrado. L’artificialità delle foto di moda, la costruzione intrinseca che ne regola il linguaggio, si contrappone alla autenticità delle foto su Belgrado, in modo ludico, e non negativo. Le origini biografiche di questo approccio si ritrovano nell’attenzione della madre di Kralj per l’eleganza dell’intera famiglia, seppur poveri, nelle loro uscite pubbliche domenicali. «Ricordo sempre con tenerezza e ammirazione la cura che aveva mia madre nel vestirsi e che trasmetteva a noi. Eppure non eravamo certo agiati. Questa sua eleganza è sempre stato uno spunto per i miei ritratti di attori e foto di moda, è il fascino per l’artificialità che non necessariamente è falsità o inganno, almeno non nella fotografia. Mi piace giocare su questo doppio binario della autenticità/artificialità». A tal riguardo non sarà un caso che Kralj stimi e annoveri tra le sue passioni il duo olandese Inez van Lamsweerde & Vinoodh Matadin la cui produzione fotografica oscilla ambiguamente tra arte e moda. Inoltre i due fotografi sono stati tra i primi ad adoperare il computer per creare una foto composita dove posticce sono le immagini dello sfondo e delle modelle. Il prossimo lavoro fotografico di Kralj, a cui sta ancora lavorando, sarà I miss Yu. Lo stesso titolo è un gioco linguistico tra Jugoslavia, naturalmente, e una fantomatica miss di bellezza, ma la moda stavolta non c’entra. I ritratti saranno quelli di molte donne, come la madre, Gastarbeiter arrivate in Germania negli anni settanta. «Mi concentrò sul loro volto, su come reagisce e si emoziona, ad esempio, ascoltando l’inno e vecchie canzoni jugoslave. Sarà un viaggio intimo anche attraverso lo sradicamento emotivo di chi emigra, in questo caso qui in Germania, e la malinconia sentita per il proprio paese di provenienza».

* Un ringraziamento particolare all’autrice e alla redazione de Il Manifesto per aver acconsentito alla pubblicazione. 

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