19 Settembre 2016 | Kosovo | trekking

Peaks of the Balkans, maggio 2016. Un reportage

Peaks of the Balkans, maggio 2016. Un reportage

di Gabriele Rossi. Foto di Simona Lattuga. Lo scorso maggio un gruppo di trekker proveniente dalla sezione CAI di Imola ha aderito al nostro Peaks of The Balkans, l’oramai famoso trekking nelle alpi albanesi tra Kosovo, Montenegro e Albania. 

 

 

Il progetto di un trekking nei Balcani occidentali, da effettuarsi nell’ultima settimana di maggio 2016, prende forma durante un incontro in pizzeria a Imola nel tardo autunno dell’anno scorso. In quell’occasione il nostro gruppo, come ormai da prassi, si è confrontato su varie proposte di escursioni, le ha vagliate e infine sottoposte ai voti per l’approvazione.

E’ stato così scelto il progetto “Peaks of the Balkans”, proposto in Italia da Luca Lietti dell’associazione Viaggiare i Balcani e organizzato logisticamente in loco da Lendita Hyseni dell’agenzia Kosova Outdoor.

Si tratta di un lungo percorso, quasi 120 km a piedi, lungo i confini dei tre Stati del Kosovo, del Montenegro e dell’Albania, inaugurato solo pochi anni fa e di cui molti di noi avevano già letto il bel resoconto, a firma di Pier Giorgio Oliveti, apparso sulla rivista Montagne360 (ottobre 2012).

Dalla decisione della meta all’effettiva partenza per il trek sono passati diversi mesi e questi sono stati solo in minima parte impegnati in preparativi. Di fatto ci siamo occupati soltanto della prenotazione dei voli e della sottoscrizione di una polizza assicurativa per la copertura sanitaria; al resto, compreso il noleggio dei cavalli da soma, ci ha pensato l’agenzia kosovara. Ma questa volta, a differenza di altri nostri programmi escursionistici del passato, più che i dettagli organizzativi sono stati gli aspetti psicologici a tenerci occupati nelle settimane precedenti alla partenza. Tutto un mix di emozioni ha animato questo periodo e alla curiosità e all’impazienza per l’avvio di questa nuova avventura escursionistica si alternavano momenti in cui emergevano preoccupazioni e dubbi, questi ultimi rafforzati anche dalle perplessità e dai commenti negativi o sarcastici espressi dei nostri amici e parenti nel venire a conoscenza del nostro progetto.

Nel nostro immaginario, il Kosovo da una parte e l’Albania dall’altra, vengono ancora associati a realtà pericolose, a territori dove prevale la violenza, la povertà, l’illegalità e molti di noi hanno ancora ben presente i fatti drammatici che hanno segnato il recente passato di questi paesi (fatti tragici ed episodi gravi come le campagne di pulizia etnica, i bombardamenti, i profughi, la crisi economica, le fughe di massa sui barconi, il contrabbando e la microcriminalità diffusa).

Riflessioni, queste, e ricordi che riemergeranno occasionalmente anche durante tutto il nostro trek, ma che non ci impediscono di fatto, in ogni tappa, di assaporare la bellezza dei paesaggi montani con cui veniamo a contatto, di percorrere in piena serenità i sentieri di confine dei tre Stati balcanici, di godere della visione delle catene montuose delle “Montagne Maledette” (appellativo riferito alle Alpi Albanesi settentrionali) e di apprezzare una natura grandiosa e ancora poco antropizzata.

Già dal nostro primo giorno di arrivo in Kosovo, il 21 maggio, rimaniamo piacevolmente colpiti dal forte senso di ospitalità che anima le persone con cui veniamo in contatto. A Peja, dove arriviamo in tarda serata, ci accolgono con un bell’aperitivo a base di birra, che a dire il vero, a causa della nostra stanchezza e premura di arrivare a destinazione, consumiamo solo in parte e con eccessiva fretta, e alla guesthouse “Ariu”, in Val Rugova, veniamo ammessi nel soggiorno (a cui si accede rigorosamente a piedi scalzi, secondo la tradizione islamica) della famiglia di Mustafa per consumare un’ottima cena kosovara (zuppa di fagioli con carne di manzo, byrek, sorte di focacce farcite con formaggio, insalate miste, verdure grigliate condite con il kos, una specie di yoghurt locale, e come bevanda principale il raki, un distillato ricavato dalle mele).


Foto di Simona Lattuga

 

Nelle sette giornate successive, accompagnati da Kushtrim, la nostra guida kosovara originaria di un villaggio della Val Rugova, e da Denis, l’interprete albanese che ci affianca fin dal nostro arrivo in aeroporto a Tirana, percorriamo complessivamente 115 km a piedi, con dislivelli in salita pari a circa 5.600 m e più o meno altrettanti in discesa, e altri 80 km con trasferimenti in fuoristrada e furgoni vari.

Dapprima camminiamo tra le abetaie, i prati e i pascoli della Val Rugova, dove raggiungiamo anche il picco del Monte Hajla (2.403 m), da dove si gode un magnifico panorama a 360° sulla Piana del Kosovo e sulle montagne del Montenegro; poi risaliamo, costeggiando anche i due cristallini laghetti di origine glaciale di Kucishte, per il passo di Jelenk e percorriamo il lungo crinale, ancora innevato, che separa il Kosovo dal Montenegro; in seguito ci addentriamo, circondati dalle compatte e aspre Alpi Albanesi (numerosissime le cime tra i 2.200 e i 2.600, tutte incappucciate dalla neve), nelle splendide valli di Theth e Valbona, in Albania; infine camminiamo lungo i sentieri a scavalco dei tre confini fino ad ascendere alla cima Trekufini (2.365 m) che offre una magnifica vista dei tre versanti dell’Albania, del Montenegro e del Kosovo.

Nonostante la scarsissima presenza umana, nei primi giorni eravamo in pratica l’unico gruppo a percorrere i sentieri di montagna (il nostro è stato un trek anticipato rispetto alla media), gli alpeggi ancora in buona parte deserti e i villaggi di fondo valle parzialmente popolati e con gli abitanti occupati in lavori di ristrutturazione per l’avvio stagione estiva, queste lunghe camminate ci hanno offerto anche l’occasione per approfondire la conoscenza della storia e di vari aspetti socio-culturali dei paesi visitati.

Ad esempio, a Theth abbiamo visitiamo una antica Kulla, abitazione in pietra a forma di torre, una delle poche rimaste intatte, nelle quali gli anziani più rispettati del villaggio tentavano di propiziare la riconciliazione tra famiglie in conflitto, applicando l’antico codice del Kanun. Il Kanun è un codice del XV secolo, che a lungo ha regolato, attraverso la prescrizione di severi precetti, ogni aspetto della vita quotidiana delle popolazioni di montagna nell’Albania settentrionale, e che, a tutela dell’onore e dell’ospitalità, ha concepito i principi del “debito di sangue” e del “dovere della vendetta” (una bella descrizione delle dinamiche che davano luogo a lunghe faide sanguinose tra famiglie si trova nel romanzo Aprile spezzato, dello scrittore albanese Ismail Kadaré).  O ancora, nei pressi di Peja, dove siamo entrati nel monastero serbo ortodosso di Visoki Decani, del XIV secolo, considerato una delle più belle testimonianze del medioevo in Kosovo, dichiarato Patrimonio dell’Umanità, ma che richiede ancora la sorveglianza costante da parte dei soldati della KFOR (Kosovo Force, una forza militare internazionale che vede la partecipazione anche dell’Esercito Italiano e dei nostri Carabinieri) per via dei diversi attentati e tentativi di attacchi da parte della gente del posto che non gradisce una presenza serba nel paese.

A queste testimonianze della storia antica se ne aggiungono altre più recenti, come i mini bunker di cemento a forma di igloo che troviamo disseminati lungo i valichi di confine tra Albania e Montenegro, residui della politica di difesa autarchica dell’Albania comunista, o i cippi che delimitavano i confini dell’ex Jugoslavia.

Ma poi non solo testimonianze materiali, ma è tutto un insieme di situazioni, di piccoli episodi della vita quotidiana, come le lunghe chiacchierate storico-politiche con Denis, le partite a dadi la sera, con relative bevute di raki, insieme con le nostre guide, l’omone con i baffoni “alla Stalin” e dalla voce profonda e rauca di Theth, che ti saluta con una fortissima stretta della mano destra e appoggiando al contempo la sinistra sul cuore, il pernottamento in una baita di pastori, la visione di contadini che utilizzano ancora l’aratro trainato da cavalli o l’assistere in diretta a un parto di un capretto in montagna, che determinano in noi tutti un positivo stato d’animo, una profonda simpatia per i nostri ospiti e un ottimo ricordo della nostra settimana escursionistica nei Balcani.

Insomma un’esperienza pienamente positiva che ci sentiamo di consigliare a tutti coloro che amano la natura, il camminare in montagna e l’incontro tra culture e tradizioni diverse.

Fonte: www.cai-imola.it

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