25 Aprile 2017

Bosnia-Erzegovina, agosto 2016

Il ricordo di Katia:

“Sarajevo è un occhio commosso. Uno solo. L’altro è chiuso sotto la polvere delle sue invisibili macerie. L’essenza della vita qui, oggi. Uno sguardo non ancora aperto, uno sguardo ancora pieno di dolore. Così sembra a me, che qui non ci vivo, che non so niente. Che non immagino.== Sfiorandoti con la paura di sfiorarti, non so se ho il diritto di calpestare le tue strade, di guardarmi intorno e scoprirmi a cercare le tracce di ciò che è stato, le tracce del tuo dolore. Anche adesso mi sembra di non avere il diritto di scrivere di te, Sarajevo, se non so dare a me stessa un perché. Che cosa so io di te che non mi sia stato raccontato o che non abbia letto nel racconto di altri? Che cosa ci facevo lì? Che cosa ci faccio qui, ora? Perché è solo questo che conta alla fine: il significato. Arriviamo in città percorrendo per tutta la sua lunghezza il viale dei cecchini. Dieci interminabili chilometri che mi scorrono ai lati e che mi serrano. Immagini familiari, per la mia mente quasi uscite da un tg di venti anni fa. Uno dei tanti visti con incoscienza di ventenne, senza capire, senza approfondire. Piove appena. L’atmosfera è grigia, il cielo è grigio, gli edifici sono grigi. Questo è il primo colore del tuo occhio, Sarajevo. E tutto è così grigio che mi sorprende non provare un senso di angoscia. Eppure non c’è angoscia. Il fatto è che mista non so come nell’aria c’è una nota diversa. Non è colore, ma candore. Il bianco di qualche nube, il bianco in lontananza di qualcosa che è quasi nebbia, il fumo bianco della birreria che si innalza lento a valle dell’hotel una volta attraversata la città, il bianco delle mura delle case sulle colline, appena illuminate dall’ultimo tocco del giorno. E poi, implacabile, il bianco dei cimiteri. Dalla mia finestra in hotel ne vedo due davanti a me, separati dalla vegetazione. Accarezzano la superficie del terreno, rivestono i profili, si adagiano negli spazi vuoti e li riempiono. Ed è questo il secondo colore del tuo occhio, Sarajevo.

Tutto nell’aria mi sembra intriso del bianco di queste steli, presenti e perentorie e, al tempo stesso, dissolte nell’atmosfera come polvere, un impalpabile e costante alito di gioventù. La tua gioventù sacrificata. I miei coetanei sconosciuti, mai stati quarantenni. Migliaia, migliaia, e migliaia. Tiro la tenda della mia stanza e vado oltre. Faccio la doccia, mi vesto, scendo per cena. Non so come mi sento, strana certamente. Ma sorrido, credo. Poi la notte arriva con l’immagine vivace e nitida della tua Biblioteca restituita: «la Biblioteca degli slavi del Sud»1. Ce l’ho davanti stagliata nella notte, ci sono voluta andare subito a passeggiare, a vederla. È una macchia di colore dai contorni regolari. L’ocra del corpo dell’edificio e il rosso delle righe. Svetta quasi allegra, rassicurante sulla riva della Miljacka. Non mi accorgo che la sua pianta è insolita, triangolare, incuneata tra gli edifici circostanti, penetra nella città come le storie che custodisce penetrano nell’anima dei tuoi abitanti, Sarajevo. Ecco, lo confesso, io volevo vedere il mito, il simbolo di ciò che ho iniziato a capire solo alcuni anni fa. Una musica di sottofondo, le parole di una canzone dentro di me: «di colpo si fa notte, s’incunea crudo il freddo, la città trema, livida trema…». Tremo anch’io, di nuovo, di fronte alla mia incoscienza di ventenne. Mi sento in colpa. Mi rivedo ascoltare e cantare una canzone di cui non sapevo la storia, di cui allora mi sono accontentata di sapere solo quello che il mio amico Giorgio, fratello, mi aveva detto: «È dedicata all’assedio di Sarajevo». Punto. Ma che cosa ho fatto io per capire davvero venti anni fa? Niente. Ricordo la tristezza per l’immagine del rogo come per un insieme infinito di possibilità distrutte, opportunità negate, salvezze non realizzabili. Un atto inaudito e grave. Ricordo di averla intesa come un’immagine fuori dal tempo, universale. E ricordo di non aver fatto abbastanza, se era una biblioteca precisa a bruciare… la tua Biblioteca Nazionale, «la biblioteca degli slavi del Sud… europei dei Balcani…».

Ecco la musica si stempera e le parole della canzone mi lasciano. Ora ricordo qualcos’altro. Anni più recenti, una lezione di storia, la canzone fatta ascoltare. Il mio tentativo di riparare. Eppure in qualche modo adesso mi sento serena, serena di chiudere parentesi così antiche, felice di tornare indietro a me ventenne, di prendermi per mano e di parlarmi, di spiegare alla ragazza che ero ciò che ho imparato. Di trovare un significato.

Il mattino seguente è incerto, incerto il tempo. E sempre palpitante di commozione il tuo occhio. Ci dirigiamo in centro, percorriamo le stradine della parte vecchia della città per arrivare alla fontana di Sebilij, dove i piccioni fanno dello spazio intorno una piazzetta deliziosa e tenera. Qui ci aspetta la nostra guida locale. I suoi occhi quando ci guarda negli occhi hanno lo stesso palpito del tuo occhio, Sarajevo. Sono scuri e intensi, ma la frequenza della vibrazione è la stessa. «Ora visitiamo la nostra chiesa ortodossa». Poi visiteremo «la nostra sinagoga». Poi ancora «la nostra moschea». Poi la «nostra cattedrale cattolica». Tutte lì, l’una vicino all’altra, le grandi rappresentazioni di Dio a sé stessi, i grandi pretesti, le grandi consolazioni. Tutte lì le gioie e i dolori. I sorrisi e le feste. I drammi. Tutto lì, voci e vita, come in una «piccola Gerusalemme». E infatti «la chiamano piccola Gerusalemme, ma Gerusalemme è diversa» dice la guida «perché a Gerusalemme ci sono muri, mentre a Sarajevo di muri non c’è mai stato bisogno. E non fate caso se io dico sempre nostro» aggiunge «perché per noi di Sarajevo tutto è nostro, indipendentemente dalla religione». Allora dimmi, come faccio a non piangere se nella negazione di questa parola ? nostro ? io riconosco il tuo strazio, Sarajevo? È tutto qua, credo, nel nostro della gente comune il dramma che è stato questa guerra, è in questo nostro di bosniaci musulmani, serbi, croati, ebrei insieme, che non so cosa ? veramente ? ha tentato di annientare.

Tutto in questo nostro che non mi appartiene, ma a cui sento di appartenere. Mi chiedo come, mi chiedo se è solo frutto della mia emotività abnorme, delle mie scompostezze interiori, dei miei eccessi nel sentire, della stanchezza perfino, o se invece è fondato, se davvero mi riguarda. Credo di sì. Credo di intravedere la mia Sarajevo interiore, un luogo che è un modo di essere, di esistere, di stare in relazione con sé stessi e con gli altri. E se anche la tua storia non fosse stata così, questo è quello che cerco. Questo è ciò che ti auguro. Di non essere serva in nulla. Di non sottometterti a chi non ti voleva intera, fosse anche sotto l’apparenza della giustizia e della ragionevolezza. Una e tante, libera e in pace te stessa, anche se oggi sei già diversa, anche se forse sei già cambiata, come non so… Ecco perché mi dedico tanto a capire, ecco perché vorrei poter fare qualcosa per lenire il dolore che sento e aprire entrambi gli occhi, miei e tuoi. Lasciare la commozione fluire, scorrere le lacrime finché servirà, abbracciare e abbracciarti. Da te essere abbracciata. Il tempo sta pian piano cambiando, era nelle previsioni.

Un blu cupo, violaceo avanza. Ed è questo il terzo colore del tuo occhio, Sarajevo, il colore di quella tua pace infranta. Pioverà di nuovo? Guardo il cielo e poi guardo in ogni direzione. Ho iniziato a comprendere la geografia del posto, come sei fatta. Semplice in fondo. Colline tutt’intorno, una sola strada per arrivare. Provo a immaginare. Percepisco il sentirsi in trappola, tutta l’infamità del male. Eppure i colori dei tuoi occhi palpitano intorno a me e si mescolano, nessuno prevale. Mi sento in qualche modo forte, so che anche tremando posso guardare altri occhi. So che tutto questo si può comunicare, si deve comunicare. Oltre la rabbia che non ho visto in te, in me. Ed è strano, mi dico. Non sento rabbia, ma solo dolorosa comprensione. In qualche modo, amore.”