1 Agosto 2014 | Bosnia-Erzegovina | turismo culturale

Sarajevo. Diario di un viaggio nel viaggio.

Sarajevo. Diario di un viaggio nel viaggio.

di Rossella Saltini. All’interno del progetto “Sarajevo, cuore d’Europa. Tre viaggi per un centenario 1914-2014”, dal 25 al 29 giugno scorsi ventidue turisti hanno ripercorso a ritroso un secolo di storia europea, unendosi infine alle celebrazioni dell’attentato a Francesco Ferdinando avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914. In questo diario, lo sguardo profondamente lieve di una partecipante al viaggio.

 

 

I Balcani con tutto il loro carico di storia non li ho mai visitati, eppure quei luoghi mi attraggono.

Li percepisco un po’ come il vicino di casa che ha eretto un muro invalicabile a protezione della sua privacy ma, per quanto si sforzi, non riesce a tenere la propria vita per sé. Voci suoni e luci si levano oltre quel muro lasciando poco all’immaginazione. Così  “Sarajevo, qui si fa la storia” si pone come un esplicito appello a far visita al vicino.

Si parte in un’alba che ha poco di estate. A Rovereto fa freddo e piove a dirotto, lungo la A4 pure. I compagni di viaggio salgono alla spicciolata da Verona a Portogruaro, l’impressione è quella di viaggiatori esperti e persone cordiali.

La prima sosta al Sacrario di Redipuglia. Presente – Presente – Presente. Il solito colpo basso sferrato dalle lapidi di granito plumbeo. Il solito smisurato senso di inadeguatezza verso coloro che, perdendo la propria vita, ne hanno restituito ai posteri una diversa. Persino le due bustine di zucchero versate nella tazzina non tolgono l’amaro al caffé.

Di nuovo a bordo, verso Trieste. Il cielo si richiude, torna plumbeo, stringe una sorta di solidarietà cromatica con lo ziqqurat di lapidi lasciate alle spalle. Il paesaggio della campagna triestina è rilassante, la vegetazione rigogliosa ma risuona l’eco di una parola già ingombrante di suo per la presenza di troppe vocali: foibe. La storia che sferra un altro dei suoi colpi bassi.

L’avvocato Škerk ci accoglie nella sua dimora adibita anche a centro culturale e i suoi racconti non sono esenti dai succitati colpi bassi della storia. Spaccati di vita in trincea, reduci imprigionati da un nemico a sua volta battuto, tornati in patria dopo anni, addirittura attraverso la Siberia. Uomini ricomparsi a cercare, invano, la donna sposata anni addietro e i figli nati dal matrimonio: la storia del padre di Škerk contrappone la figura dei vedovi combattenti alle stanziali vedove di guerra.


L’interno del caffè San Marco. Foto di Rossella Saltini

Lasciata casa Škerk, di lì a poco avvistiamo Trieste e il suo mare. Il pullman affronta lento i tornanti della discesa e ci lascia nei pressi del quartiere teresiano. Davanti alla Chiesa Serbo-Ortodossa il gruppo si sparpaglia per ritrovarsi di lì a un’oretta sotto il portico della Chiesa di Sant’Antonio. La statua di Joyce che costeggia il Canal Grande ci osserva e, alla faccia delle dimensioni, sembra ergersi a baluardo della Trieste mitteleuropea.

Camminiamo fra i palazzi austeri sotto l’occhio vigile di Leonardo che ha in serbo per noi una “boccata d’ossigeno”: la visita all’antico Caffè San Marco, inaugurato proprio nel 1914. Già ritrovo di intellettuali, mantiene intatto il fascino dello stile viennese. È uno di quei luoghi esenti dall’usura del tempo e delle mode, su quei divanetti viene voglia di restarci ben oltre l’attimo dedicato alla tazzina di caffè ( il nero, così lo chiamano qui).

Le tappe del viaggio incombono e allora via di nuovo. Gospic è un luogo di passaggio, gettonato anche dai pellegrini in viaggio verso Medjugorje. Qui ceneremo e passeremo la notte. I muri di alcune case vicino all’albergo rendono poco credibile la sonnacchiosa apparenza di questo paese croato. Nel 1995 ci furono importanti scontri tra serbi e croati. Ma i buchi sui muri non hanno etnia, vederli fa male, immaginare i combattimenti fa stare peggio. Osservo i camerieri servire la cena. Ragazzi giovani con ancora un piede nell’adolescenza, abbigliati in un occidentale non recentissimo. Forse ai tempi della guerra non erano neppure nati, la vita va avanti.

Arriviamo a Mostar nel primo pomeriggio, il campanile della ricostruita chiesa francescana svetta in un’altezza da vertigine, ma gli edifici sforacchiati che lo circondano sembrano un monito ad abbassare lo sguardo. La guida locale ci attende nei pressi dello Kriva Cuprija, il ponte storto, miniatura del tristemente famoso Stari Most. I minareti ci scortano lungo il nostro percorso verso le rive della Neretva/Narenta da cui è possibile avere una visione panoramica del ponte. Lo Stari Most  è attorniato dai colori: il giallo-blu della bandiera di Bosnia-Erzegovina, il verde smeraldo della Neretva/Narenta e i colori dell’umanità variegata che lo osserva da varie angolazioni, turisti giapponesi, cinesi e persino indiani monopolizzano lo sfondo con interminabili scatti fotografici. Sarebbero qui ora se Mostar non fosse stata teatro di guerra? Che presa hanno i conflitti sul turismo? Domande e risposte retoriche. Preferisco soffermarmi sulle affermazioni della guida. “Qui le diverse etnie hanno sempre convissuto in pace, ciascuna ritagliandosi i propri spazi e mescolandosi con matrimoni misti”.  La storia della sua famiglia ne è un esempio.

La via che dallo Stari Most riporta nei pressi della chiesa francescana è tutta un pullulare di botteghe con souvenir dal tema più o meno ricorrente, solo gli oggetti lavorati in rame si differenziano un po’. Sul selciato bianco e scivoloso della città vecchia nei pochi angoli liberi tra un negozio e l’altro una pietra riporta “Don’t forget 93”. Chissà…

Sarajevo ci accoglie imbronciata, ma l’entusiasmo per essere giunti a destinazione fa spallucce alle bizze del clima: chi ha visto Sarajevo prima della guerra si chiede come sarà cambiata e chi non l’ha mai visitata immagina come sarà. Dalla camera dell’Hotel Saraj assistiamo alle prime suggestioni sarajevesi. Verso le 21 dai minareti delle moschee vicine sale l’invito alla preghiera dei muezzin. Un coro melanconico si perde sullo sfondo della città illuminata: il ponte latino, moschee, chiese, sinagoghe. Un unicum: difficile immaginarlo separato.


Baščaršija. Foto di Rossella Saltini

I giorni che seguono si rivelano, come previsto, una riscoperta/scoperta affascinante. Leonardo, la nostra eroica guida, passa il testimone a Dina, guida altrettanto preparata dai profondi occhi scuri, la cui storia personale si fonde con i vissuti della città. Il tour prende l’avvio davanti alla Biblioteca Nazionale risorta dopo i restauri. L’edificio simboleggia la perfetta sintesi fra lo stile ottomano e i tratti dell’architettura mitteleuropea e si offre agli occhi di turisti e residenti in tutto il suo splendore. Immaginare il rogo seguito ai  bombardamenti dell’agosto ’92 brucia più dell’incendio stesso. Dei milioni di volumi conservati nei locali della biblioteca è stato possibile salvarne solo un’esigua parte. La Biblioteca Nazionale come luogo di incontro fra le diverse etnie di Sarajevo in tempo di pace, non si è sottratta a questo ruolo nemmeno in tempo di guerra. Bosniaci, croati, ebrei e serbi fecero fronte comune per salvare il salvabile. A dispetto dei cecchini serbi e dei colpi di artiglieria, i sarajevesi portarono in salvo il maggior numero possibile di libri tentando anche di domare le fiamme.  La visione unitaria di Sarajevo nonostante le sue diversità, questo il leit-motiv che ci guiderà nella scoperta di una città tanto sfaccettata.

Il quartiere islamico con i vicoli/bazar che si snodano attorno alle moschee e alla vecchia fontana non avrebbe avuto lo stesso fascino senza le soste al caffé situato nel Moriča Han, il vecchio caravanserraglio. Il caffè bosniaco servito ai tavoli gratifica prima la vista e poi il palato imponendo la lentezza di ritmi antichi. Lo scenario cambia radicalmente di lì a poco: Sarajevo rappresentò per secoli un rilevante centro ebraico. Accanto a chiese, moschee anche un gran numero di sinagoghe, nonostante il numero degli ebrei sarajevesi sia calato drasticamente a causa delle persecuzioni naziste e dei nazionalisti Ustascia. La visita della vecchia sinagoga e del museo ebraico annesso svelano un’altra faccia della città. Un pranzo veloce – ai Ćevapčiči è difficile resistere! – e poi la visita alla vecchia chiesa ortodossa degli arcangeli Gabriele e Michele e la monumentale Cattedrale ortodossa di Sarajevo. Il crogiolo di religioni presenti a Sarajevo impone infine la visita della Cattedrale cattolica. Situata nel quartiere asburgico, riporta davanti a sé tutto l’orrore della guerra. Nell’asfalto della zona pedonale i buchi causati dai proiettili dell’artiglieria sono stati ricoperti da vernice rossa, a ricordo del sacrificio dei sarajevesi che affrontavano il quotidiano a rischio della vita. La cena al vecchio Club degli scacchi, oggi ristorante, riporta appetito e stanchezza su valori prossimi alla norma.

Sabato è l’ultimo giorno di permanenza e i ritmi sono meno incalzanti. Dalla collina sovrastante l’albergo si gode di una vista suggestiva sulla città e su uno dei tanti cimiteri islamici. La distesa di lapidi bianche si stende quasi a perdita d’occhio, eppure non trasmette inquietudine. Da lì ci spostiamo verso il ponte latino proprio di fronte all’angolo dell’attentato. Una capatina è d’obbligo anche oggi, ricorrenza del centenario. A differenza del giorno prima “thestreetcornerthatstartedthe20thcentury” è pieno di giornalisti e telecamere. Per terra davanti alle foto in bianco e nero dell’arciduca e consorte qualche nostalgico ha deposto fiori. Più in là una carrozza con a bordo moderni alter ego dei partecipanti al corteo imperiale richiama turisti per le fotografie. Ma Sarajevo non smentisce mai i suoi repentini cambi d’abito. Di ritorno dal cimitero ebraico, secondo in Europa solo a Praga, seguiamo il corso della Miljacka per tornare verso il centro. L’idea di proseguire sotto il sole non è granché allettante, così presso il ponte Eiffel, Gustave Eiffel lo stesso della torre, decidiamo di portarci sulla sponda ombreggiata della Miljacka.


La “nuova” Vijecnica. Foto di Rossella Saltini

Davanti all’Accademia di Belle Arti una serie di cartelloni bianchi con la scritta “Making Peace”. Si tratta di una mostra fotografica, un evento creato dall’International Peace Bureau di Ginevra. Decine di pannelli fotografici sul lungo Miljacka,  all’interno dei locali altra documentazione. Stiamo per entrare quando gli occhi di Dina si illuminano. “Il Generale, il Generale!” Jovan Divjak si materializza davanti a noi. Il Generale, immagine ricorrente nei discorsi di Dina. Di origine serbe è considerato dai sarajevesi e dai bosniaci un vero e proprio eroe nazionale per aver guidato l’esercito bosniaco contro le truppe serbe. Convinto assertore dell’indipendenza e della multietnicità bosniaca, ritiratosi dalla vita militare, oggi è attivamente impegnato in Associazioni a favore della ricostruzione, soprattutto attraverso i valori dell’istruzione e del sostegno agli orfani di guerra. Il Generale si ferma con noi qualche minuto, tiene un breve discorso povero di retorica ma ricco di umiltà. Si schermisce quasi nel ricordare il suo ruolo di attore nel remake cinematografico del libro “Venuto al mondo” di M. Mazzantini.

 A chi gli chiede un parere personale sulle vicende di guerra rivolte un invito: “Leggete la mia intervista raccolta nel libro Sarajevo, mon amour”, poi saluta e se ne va.

Questo l’ennesimo regalo di Sarajevo, probabilmente la “Gerusalemme d’Europa” ha ancora in serbo tante sorprese. Il vicino di casa tanto attento alla sua privacy ha svelato fin troppo di sé durante questo viaggio.

Rossella Saltini – Luglio 2014

Ps: un sentito grazie a Leonardo ed Edina (eroiche guide!), a Sabi (eroico autista). Un ricordo a tutti i compagni di viaggio per aver reso speciale questa avventura.