17 gennaio 2017 | Balcani | turismo culturale

“Mare corto”, alla riscoperta del mare comune

“Mare corto”, alla riscoperta del mare comune

di Davide Sighele. Le storie dal mare che rende vicina l’Italia ai Balcani. Raccontate dal giornalista Matteo Tacconi e dal fotografo Ignacio Maria Coccia. Un’intervista. Fonte: www.balcanicaucaso.org

 

Da qualche mese il giornalista Matteo Tacconi, nostro collaboratore, e il fotografo Ignacio Maria Coccia, dell’Agenzia Contrasto, stanno viaggiando lungo le coste del Mare Adriatico. La loro idea è dare forma a un racconto articolato, che sia il più completo possibile. Un’indagine adriatica, si potrebbe definire, realizzata con testi, foto, audio e video.

Diverrà una mostra? Un libro? Entrambe le cose? Lo sbocco finale non è ancora stato pensato, ma è già noto il nome del progetto, Mare corto. Rimanda chiaramente ai rapporti tra la sponda occidentale e quella orientale, tra Italia e Balcani. Sono solidi e c’è ancora molto potenziale da esplorare, ma al tempo l’Adriatico è anche un mare asimmetrico, con forti disparità economiche tra i due lati. “Non esiste una coesione adriatica”, scrivono infatti Tacconi e Coccia nel sito del progetto, dove stanno pubblicando una serie di note di viaggio. Osservatorio Balcani e Caucaso le riprenderà periodicamente nella propria sezione Bloc-notes. Abbiamo sentito Matteo Tacconi per farci spiegare meglio il progetto.

Come vi siete incontrati tu e Ignacio?

Nel 2011, al Festival Adriatico-Mediterraneo di Ancona. Stavo curando una mostra fotografica collettiva sull’ex Jugoslavia. Facendo ricerche in rete scoprii un lavoro di Ignacio sul Kosovo, in bianco e nero. Rimasi molto colpito. Lo chiamai per esporre, e da lì è nato un po’ tutto. Abbiamo iniziato a viaggiare e a sviluppare progetti. Mare corto ce l’avevamo in testa da tempo, ma per una serie di motivi abbiamo potuto iniziarci a lavorare solo da poco.

Perché vi accomuna l’Adriatico?

Né io, né Ignacio siamo nati o viviamo sul mare. Ma l’Adriatico è da sempre il “nostro” mare, perché è quello che frequentiamo di più. E poi ci lega l’attenzione per ciò che c’è oltre il mare, ovvero i Balcani, cui abbiamo dedicato a livello professionale una certa attenzione. E così questo scoprire più a fondo l’Adriatico è un pezzo ulteriore di questa nostra ricerca, e un tentativo di capire che tipo di intrecci o di rapporti mancati ci sono tra le due coste.


Come scegliete le tappe del vostro viaggio?

È capitato che ci hanno inviato al festival Pordenone Legge, e da lì abbiamo visitato l’Istria. Un’altra volta siamo andati a presentare un altro nostro progetto, Verde cortina, e scendendo verso casa ci siamo fermati sul Delta del Po. Lo scorso ottobre siamo andati in Albania, dove ci siamo “coperti” raccogliendo delle storie poi vendute a qualche giornale, e poi abbiamo viaggiato lungo la costa. Insomma, ci si muove quando e come si può, cercando di abbattere un po’ i costi. Non c’è una rotta precisa.

Ma esiste almeno una destinazione finale (anche metaforica)?

Entrambi abbiamo una certa idea dell’Adriatico. Crediamo che, nonostante tutto, in ogni angolo di “mare corto” ci sia un qualcosa che possa essere ritrovato da qualche altra parte delle sue coste, senza che questo comporti inutili romanticismi. Ma potrebbe anche darsi che alla fine di questo viaggio questa nostra impressione possa cambiare. Pertanto quello che vogliamo fare è semplicemente raccontare una storia, e questo mare.

Guardano al futuro con ottimismo, cosa potrebbe rappresentare questo mare tra vent’anni?

Già molto in questi anni è stato fatto. Croazia e Slovenia sono in Europa e nella Nato. Anche l’Albania è membro dell’Alleanza atlantica e il Montenegro ormai lo è de facto. Non lo sono dell’Ue, ma i progressi su questo fronte sono evidenti. E questo solo per attenerci ai paesi rivieraschi, senza contare la Bosnia Erzegovina, che a onor del vero ha un piccolo accesso al mare, o la Serbia, che guarda comunque all’Adriatico. Esistono poi programmi, viene in mente la Macroregione Adriatico-Ionica, che stanno promuovendo l’interscambio economico, culturale e politico tra l’Italia e l’altra sponda. Eppure gli squilibri in Adriatico sono ancora consistenti. Se tra vent’anni vogliamo avere un mare davvero coeso, che sia quel ponte che a oggi non è, servono più lungimiranza e volontà politica, e forse meno slogan.

Quali gli ostacoli principali da superare per far sì che questo avvenga?

Penso che in Italia capiti troppo spesso di guardare all’altro lato del mare in modo “unilaterale”, secondo i nostri approcci e le nostre logiche, senza però considerare che dall’altra parte c’è qualcuno che fa esattamente la stessa cosa, ma con un’idea di Adriatico che può non collimare con quelle impresse nel nostro immaginario. Ecco, forse dovremmo tentare di farla un po’ nostra o quanto meno sforzarci di capirla meglio.