12 Luglio 2006 | Balcani

Una piccola Italia tra le valli della Bosnia

In 150 case attorniate dal verde nei pressi di Prnjavor da più di un secolo vive una comunità italiana. A Stivor possiedono tutti il passaporto italiano, nelle scuole si studia italiano, si leggono i giornali italiani e si vive con pensioni italiane

Scrive Eldin Hadzovic, pubblicato sul settimanale sarajevese DANI, 4 giugno 2004

Traduzione di Nicole Corridore (Osservatorio sui Balcani)

Quando entrate a Stivor, quello che vedete al primo colpo d’occhio sono le splendide casette allineate lungo la strada e circondate dal verde. Stivor si trova non lontano da Prnjavor in un’area ambientale incontaminata. Ma, c’è una particolarità legata a questo piccolo paese che gode di tutto questo: gli abitanti sono quasi nella totalità italiani!

In 150 case attorniate dal verde nei pressi di Prnjavor da più di un secolo vive una comunità italiana. A Stivor possiedono tutti il passaporto italiano, nelle scuole si studia italiano, si leggono i giornali italiani e si vive con pensioni italiane

Scrive Eldin Hadzovic, pubblicato sul settimanale sarajevese DANI, 4 giugno 2004

Traduzione di Nicole Corridore (Osservatorio sui Balcani)

Quando entrate a Stivor, quello che vedete al primo colpo d’occhio sono le splendide casette allineate lungo la strada e circondate dal verde. Stivor si trova non lontano da Prnjavor in un’area ambientale incontaminata. Ma, c’è una particolarità legata a questo piccolo paese che gode di tutto questo: gli abitanti sono quasi nella totalità italiani!
Prima della guerra Prnjavor era conosciuta come luogo con la più alta presenza di minoranze nazionali. Oggi è difficile raggiungere queste cifre, considerato che durante la guerra un numero importante di abitanti se n’è andato. Miracolosamente, gli Italiani che vivono qui sono rimasti fedeli alla propria cultura e alle proprie tradizioni.

Nel luogo dei sogni
Bussiamo ad una porta. Ci apre un’anziana coppia. “Prego?” Antonio e Marco Andretti hanno passato tutta la loro vita a Stivor. Ci raccontano che vivono molto bene. L’unica cosa che gli dispiace è che nel paese ci sono sempre meno giovani, perché vanno a lavorare in Italia. “Siamo rimasti solo noi, i vecchi. Solo in luglio e agosto loro ritornano qui in vacanza, in visita, e allora qui c’è una grande folla”.
A Stivor esiste da anni un’associazione di nome “Circolo Trentino”, che si occupa di tutelare l’identità culturale degli Italiani e il mantenimento dei legami con la terra di origine. Qui si risolvono tutti i problemi legati alla ristrutturazione del villaggio e al finanziamento delle infrastrutture. Ecco che, con la collaborazione della Municipalità, si è costruito l’acquedotto per il quale gli abitanti hanno speso oltre 1 milione e mezzo di KM (circa 750.000 euro, ndt.), in altre parole, il 60% delle spese totali. Attualmente si stanno ultimando i lavori della stazione dei vigili del fuoco, finanziati in toto dagli abitanti di Stivor!
Il Presidente dell’associazione è Giuseppe Moretti, conosciuto come Bepi. “Lui è il nostro capo” ci spiega Antonio mostrandoci la casa in cui vive Bepi.Bepi ha 50 anni, ma sembra molto più giovane. “Ma quale capo, sono passati quei tempi”, ride e aggiunge: “Non sento più questa parola da più di vent’anni”.

Lo stesso Stato
Ci invita molto gentilmente ad entrare in casa scusandosi del fatto che non sia presente la moglie per accoglierci come si deve. Ci spiega che tutti hanno la cittadinanza italiana e che mantengono legami col Trentino, regione autonoma del nord Italia dalla quale i loro avi si erano trasferiti in Bosnia circa 120 anni fa. La cittadinanza italiana gli era stata annullata, dopo la rottura tra l’Italia e l’Unione Sovietica. Quattro anni fa è stata varata una legge che prevede l’ottenimento della cittadinanza in base alle origini, ed esattamente, in base ai registri anagrafici che si custodiscono nelle chiese. “A causa delle difficili condizioni di vita, verso la fine del diciannovesimo secolo, i Trentini sono emigrati in massa in Bosnia. A quei tempi l’Italia settentrionale, come anche la Bosnia, si trovava sotto l’Impero austro-ungarico ed appartenevano ad una unica nazione. La condizione era che avessero concluso una qualsiasi scuola o professione, e che fossero alfabetizzati. Sono venuti sulla proprietà dei Beg (titolo nobile turco, ndt), che avevano l’obbligo di accogliere ciascuno due famiglie e cedere loro un pezzo di terra, dove i Trentini hanno coltivato le viti. Il vino era sconosciuto e la gente veniva da luoghi lontani per comprarlo. Oggi non si può più vivere di questo, più nessuno dà importanza ai prodotti locali”.
E’ interessante il fatto che in questo paese la guerra quasi non si sia sentita. “La guerra ci ha risparmiati”, racconta Bepi, “l’abbiamo vissuta sentendo le detonazioni in lontananza, e questo è tutto. Non abbiamo per niente subito delle privazioni. Abbiamo mantenuto buoni legami con l’Italia e ricevuto aiuti alimentari, abiti e addirittura sostegno economico dalla Caritas. Io possiedo nel paese un locale che funzionava come discoteca. Durante la guerra ci sono stati casi in cui proprietà di persone che non volevano collaborare, venissero fatte saltare in aria, così un amico è venuto in visita per chiedermi di dargli il locale in affitto, cosa che ho fatto. Non abbiamo avuto altri problemi.”

Come Bepi ci informa, a Stivor non è mai esistita alcuna organizzazione politica: “Sei un italiano, ma dove vai? Forse è questo il motivo per il quale abbiamo resistito tanto qui”.
Gli Italiani di questo villaggio oggi dicono di avere due paesi – l’Italia e la BiH. Considerano che il nostro paese entrerà in Unione Europea quando all’Europa farà comodo. “Partecipo spesso ai seminari in giro per l’Europa e ascolto ciò che la gente dice. La Bosnia entrerà in Europa quando lo decideranno i padri-padroni, non prima”. “Alla domanda per chi tiferebbe in una partita di calcio tra BiH e Italia, Bepi se l’è cavata diplomaticamente: “A me il calcio non piace, ma quand’ero bambino tifavo per la Crvena Zvjezda”.

Pacifica e benestante vecchiaia
Bepi è pensionato come la maggioranza degli abitanti di questo villaggio. Le pensioni arrivano dall’Italia e variano tra i 400 e gli 800 Euro al mese. “Io me la godo e basta, qui non si può fare niente altro” ci dice Bepi mostrandoci la vasca d’acqua dalla quale attinge l’acquedotto del paese e del quale gli abitanti sono molto orgogliosi. “In Italia ho un figlio, ci aiuta un po’ e quindi non ci serve altro”.
E veramente Stivor sembra fatta per il benessere. Non ci siamo fermati nemmeno un attimo per udire il canto degli uccelli, che in quel luogo è la musica più ascoltata. Una delle cose più interessanti che si possono trovare a Stivor è che tutti quanti costruiscono casette per gli uccellini e fanno a gara a chi attrarrà esemplari più belli. Le più apprezzate sono le rondinelle e meno i colombi e i piccioni.
La scuola obbligatoria di Stivor esiste da 120 anni. Nella mensa della scuola lavora Dragana, la moglie di Bepi. A scuola i bambini studiano la lingua italiana come lingua materna ancora dagli anni sessanta dello scorso secolo. Bepi asserisce che questa è l’unica scuola della ex-Jugoslavia che definiva così la lingua materna. Alla scuola abbiamo incontrato bambini allegri desiderosi di farsi fotografare.

Stivor ha una chiesa cattolica e un cimitero veramente molto ben tenuto, con lapidi che risalgono addirittura al 1900. E’ interessante la storia legata alla campana della chiesa: “Nessuno voleva fare il campanaro, e così la campana viene controllata da una cattedrale di Francoforte via satellite. Quando suona la loro, suona anche la nostra”, ci spiega Bepi. Oltretutto è in costruzione un’altra chiesa all’interno del cimitero.

Kemal Pashà Rover
L’ottanduenne Kemal è il più anziano del villaggio. Suo padre è partito per la Bosnia in ricerca di guadagno e a Stivor ha costruito una casa. Il nome di battesimo di Kemal è Giovanni Rover, ma nessuno lo chiama così. Ci racconta come si è ritrovato questo soprannome. Tanto tempo fa, mentre lavoravano nei campi, aveva trovato uno strana canna del fucile con un antico tamburo. L’ha portato a restaurare. Scherzando dicevano che quel fucile risale ai tempi del Sultano Kemal. Quando usava sparare con questo fucile tutti dicevano: “Ecco Kemal che spara.”
Si occupa di apicoltura e coltiva le viti, ma solo per i propri bisogni. Ci offre dell’ottima grappa di vite di sua produzione. Dice che è un peccato che non siamo venuti alla fine di settembre, durante la stagione della vendemmia, dove il vino è giovane. Siamo quindi andati a vedere le api da vicino, dove abbiamo avuto un’esperienza non piacevole: le api odiano la grappa e quando ne sentono l’odore attaccano subito. Ci ha informato di questo Bernarda, la moglie di Kemal. Ha subito portato da casa il balsamo che blocca il gonfiore delle punture. Sorridendo, Giovanni continua: “Questa storia della grappa è vera. Mi succede di lavorare attorno alle arnie senza alcuna protezione e senza problemi. Ma se sentono che hai bevuto non hanno pietà”.
Kemal non ha mai partecipato alla guerra. Dice che per lui tutte le guerre che sono accadute qui non l’hanno mai interessato e ha sempre solo cercato di salvare la testa. “Appena prendi in mano un fucile, hai preso in mano la morte, perché esisterà sempre qualcuno che desidera ucciderti. E io questo non l’ho mai voluto.” Ai tempi della Seconda Guerra Mondiale durante il giorno si nascondeva in un tronco d’albero cavo, mentre di notte dormiva al cimitero. E così è sopravvissuto.
Kemal è stato un cacciatore in giro per il mondo. Ha lavorato come traduttore in Africa, dato che parla correttamente il francese e il tedesco. Ci mostra i trofei che ha portato dall’Africa. Uno dei più interessanti è la pelle di un grande boa. Per quella pelle racconta che gli ne hanno rubato almeno una metà quando l’ha portato a conciare. “Il boa quando si sazia, non riesce a fare nemmeno 15 metri, finché non digerisce ciò che ha mangiato. Mi sono avvicinato e gli ho tagliato la testa con un machete. Dopo devi scappare più velocemente possibile perché è il momento in cui è più pericoloso. Si butta da tutte le parti e se non ti morde ti si avvinghia tutto intorno. Gli prende poi uno spasmo e ti può spaccare tutte le costole. E non sono stato nemmeno il più coraggioso. Nel mio gruppo c’erano sessanta persone, e io camminavo sempre in fondo alla fila. Per essere il primo a scappare in caso di pericolo.”

Nuovi legami
A Stivor c’è un solo caffè – “Trentino”. La padrona è Serba sposata con un Trentino, con il quale ha avuto la figlia Sanela. In questi giorni sta attendendo la cittadinanza italiana. Per lungo tempo i Trentini di Stivor non si sono mischiati con gli abitanti locali, ma oggi è diverso. Succede spesso che donne di altri villaggi si sposino con gli Italiani.
La gente di Stivor è estremamente aperta e amichevole, proprio come la natura che li circonda. Immaginate delle verdi vallate circondate da alte montagne. Immaginate le casette con fantastici giardini e della gente così mite che vi riesce difficile lasciare i loro volti felici e la loro piccola comunità.

Carta d’identità del luogo
Stivor ricade sotto la municipalità di Sibovska, che comprende quattro villaggi: Ilova, Peceneg, Stivor e Sibovska. E’interessante che a Sibvska una volta viveva una popolazione esclusivamente tedesca che si è ritirata con l’esercito di occupazione tedesco alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Oggi a Sibovska ci vivono maggiormente Serbi. La stessa Stivor conta circa 150 case, delle quali una buona parte è vuota perché la gente va in Italia a lavorare in massa. Ricevono regolarmente la rivista “Trentini nel mondo” che viene pubblicato a Trento ricevendo le informazioni sugli avvenimenti più importanti in questa Provincia Autonoma. Nessuno sa come il paese abbia ottenuto il nome, ma quelli più informati dicono che deriva dalle prugne (sljive) che vengono coltivate nella zona. L’attività principale è l’agricoltura, anche se nessuno vive solo di questo. Gli abitanti dicono che si occupano di agricoltura solo per impegnare il loro tempo libero.