12 Luglio 2006 | Balcani

Jahorina

di Gianandrea Sandri

Se una domenica desiderate sentire solo il rumore dei vostri passi, il ronzio delle mosche (fastidiose, agli inizi dell’estate) e il verso delle cornacchie, dirigetevi verso la Jahorina, nella Repubblica Srspka.
Arrivate sin dove finisce la strada asfaltata, oltre il paese; d’inverno, naturalmente, sarete costretti a fermarvi prima, nel parcheggio dell’hotel Bistrica: il ghiaccio vi renderà impossibile proseguire. Se il tempo è decisamente brutto e non vi curate troppo delle precauzioni sanitarie, trattenetevi nella piscina coperta dell’ albergo, un tuffo in una struttura del passato socialista.

di Gianandrea Sandri
Se una domenica desiderate sentire solo il rumore dei vostri passi, il ronzio delle mosche (fastidiose, agli inizi dell’estate) e il verso delle cornacchie, dirigetevi verso la Jahorina, nella Repubblica Srspka.
Arrivate sin dove finisce la strada asfaltata, oltre il paese; d’inverno, naturalmente, sarete costretti a fermarvi prima, nel parcheggio dell’hotel Bistrica: il ghiaccio vi renderà impossibile proseguire. Se il tempo è decisamente brutto e non vi curate troppo delle precauzioni sanitarie, trattenetevi nella piscina coperta dell’ albergo, un tuffo in una struttura del passato socialista.

Lasciata la macchina, prendete la strada bianca – impossibile sbagliare perché è l’unica – e con gli impianti sciistici alla vostra destra incominciate a salire. Alle vostre spalle il fondovalle, fitto di foreste di pini e, in lontananza, il grigiore nebbioso delle pianure.
Sul vostro cammino incontrerete pochi alberi, la strada si snoda tra collinette rocciose, verdi solo di vegetazione bassa e muschio, il cielo vicinissimo: ricaverete la sensazione di essere sulla tolda molto ventosa di una enorme barcone, la cui stiva si perde nelle profondità della terra, con le radici affondate nella piana di Sarajevo.

Solo il primo attacco è faticoso, dato che la strada sale subito ripida; non scoraggiatevi, quando arriverete al pianoro, essa proseguirà quasi sempre in falsopiano, inerpicandosi solo nel tratto finale che porta alla cimetta più alta. Potrà anche capitarvi di incontrare nella radura una mandria di tori, non vi preoccupate e proseguite controllandoli con la coda dell’occhio, il più delle volte non dovrebbero prestarvi attenzione.

Se vi sentite sicuri, abbandonate la strada bianca, utilizzando i prati come scorciatoie: in primavera potrete vedere e raccogliere una quantità straordinaria di fiori dai mille nomi, alcuni tipici unicamente di queste zone.
Solo, però, se vi sentite sicuri: non è infatti segnalata la presenza di mine nell’area di Jahorina, ma se avete dubbi, fateveli venire prima di abbandonare la strada. Non c’è infatti niente di peggio che essere colti dal panico-mine nell’erba folta, vi bloccherete e non sarete più in grado di andare avanti, affidandovi all’illogica speranza di uscirne indenni camminando a ritroso, con molta attenzione a ricalcare le vostre impronte, sempre che le vediate.

Dopo circa mezz’ora di cammino, il panorama alla vostra destra merita una sosta di qualche minuto, meglio in quello spiazzo dal quale la strada scende, per poi risalire ad alcune centinaia di metri di distanza. Se la giornata è tersa (non capita spesso), riuscirete a distinguere i contorni delle cime più alte della catena della Treskavica e, con un po’ di impegno, anche il cubo mattonato di quel poco che rimane intatto dell’ ex osservatorio meteorologico sulla Bijelasnica.

La strada prosegue poi in piano, così potrete guardarvi intorno con tranquillità, facendo caso alle vecchie pietre miliari – quasi tutte spezzate o sradicate – ai folti arbusti di rosa canina, alle rocce al cui riparo potrete eventualmente al ritorno fermarvi per mangiare e, se c’è, prendere il sole insomma arriverete senza fatica alla base dell’ultima e più alta cimetta.

Qui riuscirete finalmente a capire che cosa sono quelle carcasse informi in mattoni di pietra bianca annerita che da lontano hanno attratto la vostra curiosità, senza riuscire ad interpretare che cosa fossero.
Da vicino riuscirete a collegare: quell’insieme di macerie è ciò che rimane degli edifici militari bombardati dagli aerei della NATO alla fine del 1994; probabilmente non avrete sufficienti conoscenze tecniche per valutare se con uranio o meno.

Da una breve passeggiata al loro interno ricostruirete che si trattava di una importante postazione militare all-included, dato che, sia pur a fatica, potrete riconoscere le tracce del campo di basket, qualche pezzo del mobilio delle cucine, alcune brande accartocciate, caschi arrugginiti e la garritta di sorveglianza, stranamente intatta, cha fa da solitaria sentinella all’ ingresso dell’ accampamento.

Aggiratevi tra le macerie, sempre se ve la sentite, e arrivate sino al bunker in cemento armato che chiude l’istallazione: è goffamente ripiegato su se stesso, si erge a distinguersi da quanto è sparso intorno in migliaia di forme confuse.
Non vale la pena immaginare come fosse questo luogo prima del bombardamento; provate invece ad immaginare che sia sempre stato così e che questa caotica distruzione di alta quota sia il risultato dell’ingegno di folli architetti che vivono nascosti tra le cime circondanti e che, di quando in quando, qui scendono per modificare la propria opera, in ciò assecondati dalle intemperie del clima e dai mutamenti delle stagioni.

In ogni caso, pensate che vi state preparando a ciò che troveremo sulla cima: del tutto simile, ma su scala molto più impressionante.

Lasciatevi gli scheletri dei camion bruciati a sinistra e riprendete a salire.

Fermatevi al primo tornante e affacciatevi oltre il ciglio della strada: molto sotto di voi valli e valli coperte di boschi dal verde intenso e profondo, nessuna traccia di costruzioni umane, ripercorrete con gli occhi il serpentone bianco, che taglia le colline come una lunga ferita, sino alla prima radura, quella dei tori; rifugiate all’ombra di protettive rocce, alcune chiazze di neve ostinatamente non si adeguano all’arrivo dell’estate.

Fate attenzione, più si sale, più si rischia di inciampare; fili d’acciaio bruciati e arrugginiti, impalcature di legno rovesciate, casse sventrate, alberi abbattuti, antenne aggrovigliate, componenti meccaniche fuse con la gomma di copertoni, buche profonde, bossoli, una camicia, coperte incrostate, pagine slavate di documenti in cirillicoecco, siete arrivati.

Guardatevi intorno, siete sulla cima più alta. Poi buttate l’occhio vicino a voi, non è esattamente quello che ci si aspetta come premio di una lunga camminata. Intorno a voi solo resti e scheletri di cemento armato.

Allora andate sotto ciò che rimane del tetto imploso del primo bunker sulla sinistra, facendo attenzione sedetevi in quello che interpretate come il suo ingresso; qui troverete una copia ancora leggibile del manuale Marconi; prendetela e sfogliatela con calma. ne avrete bisogno, qualcosa di familiare e pertanto di consolante in tanta caotica estraneità.

Non vi agitate se d’improvviso vi si fa incontro un uomo che parla ad alta voce, con in mano un piccone; assecondate con vigorosi cenni d’assenso quelle che vi sembrano sue imprecazioni contro la NATO, poi salutatelo, sembra innocuo: è lì solo per cavar ferro da quei miseri resti.

Sulla strada del ritorno, se vi avanza tempo e non vi infastidisce troppo che sia il rifugio di uno dei più odiosi criminali di guerra, fermatevi a Pale, c’è un ristorante famoso per le sue ottime trote arrosto.