30 Aprile 2006 | Croazia

La dolce montagna… e le lande desolate

La dolce montagna… e le lande desolate

Un articolo scritto qualche anno fa… e le parole di Lidia Campagnano a proposito di un orto botanico nel massiccio del Velebit, dove un vecchio professore di Zagabria…

Quando lo sguardo, non ancora abituato alle immagini di morte e di desolazione che da tempo ormai abitano le mie emozioni lungo le tristi quand’anche affascinanti strade dei Balcani, incrocia una delle tante piccole case devastate dalla guerra, penso alla mia anziana mamma, ai suoi ottantanove anni e alla sua dolce “assenza”. Penso alla vita normale che vi si svolgeva, agli affetti e al già difficile mestiere di vivere, bruscamente interrotto da una violenza che ti strappa le radici, ti umilia, ti costringe a lasciare le cose di una vita, senza nemmeno capirne il motivo. Penso agli occhi ormai spenti delle persone anziane nel campo profughi di Kozarac nei pressi di Prijedor, costrette da cinque anni a condividere le aule scalcinate di una vecchia scuola; penso alla calpestata eppure viva dignità del pensionato belgradese, costretto a vendere gli oggetti più cari per comprarsi qualcosa da tirare avanti; o alla malinconia di quel vecchio partigiano incontrato per caso in un grattacielo di Sarajevo, in silenzio nella sua poltrona a fissare il vuoto, le sue medicine e, impazientemente, l’orologio, come se attendesse qualcosa capace di liberarlo dal proprio sconforto. Quello stesso sconforto che leggi nelle persone anziane di Peja, nel Kosovo occidentale, che tanto contrasta con l’arroganza del giovane miliziano, bandiera a stelle e strisce, simbolo di una libertà fatta di uranio impoverito.


Un articolo scritto qualche anno fa… e le parole di Lidia Campagnano a proposito di un orto botanico nel massiccio del Velebit, dove un vecchio professore di Zagabria…

Quando lo sguardo, non ancora abituato alle immagini di morte e di desolazione che da tempo ormai abitano le mie emozioni lungo le tristi quand’anche affascinanti strade dei Balcani, incrocia una delle tante piccole case devastate dalla guerra, penso alla mia anziana mamma, ai suoi ottantanove anni e alla sua dolce “assenza”. Penso alla vita normale che vi si svolgeva, agli affetti e al già difficile mestiere di vivere, bruscamente interrotto da una violenza che ti strappa le radici, ti umilia, ti costringe a lasciare le cose di una vita, senza nemmeno capirne il motivo. Penso agli occhi ormai spenti delle persone anziane nel campo profughi di Kozarac nei pressi di Prijedor, costrette da cinque anni a condividere le aule scalcinate di una vecchia scuola; penso alla calpestata eppure viva dignità del pensionato belgradese, costretto a vendere gli oggetti più cari per comprarsi qualcosa da tirare avanti; o alla malinconia di quel vecchio partigiano incontrato per caso in un grattacielo di Sarajevo, in silenzio nella sua poltrona a fissare il vuoto, le sue medicine e, impazientemente, l’orologio, come se attendesse qualcosa capace di liberarlo dal proprio sconforto. Quello stesso sconforto che leggi nelle persone anziane di Peja, nel Kosovo occidentale, che tanto contrasta con l’arroganza del giovane miliziano, bandiera a stelle e strisce, simbolo di una libertà fatta di uranio impoverito.
La guerra è anche questo. Quella che entra nell’esistenza e nell’animo delle persone, quella che riguarda la vita irripetibile di ognuno, che non fa cronaca come non la faceva quella dei giovani soldati mandati a morire per un pezzo di terra già segretamente trattato. Perché la cronaca, la fretta e la superficialità, ci parlano di cose che la nostra modernità riduce ad immagini virtuali, spersonalizzate.
Per questa ragione oggi, ad un anno da quella sera del 24 marzo in cui l’Alleanza Atlantica scatenò la propria “guerra umanitaria” seminando nuova morte e distruzione nei Balcani, vorrei che l’attenzione riguardasse non una disputa quasi calcistica se fosse giusto o meno punire i cattivi, bensì le conseguenze sulla vita quotidiana di tanta gente, le “lande sudicie e squarciate e infettate in mille modi, percorse da bande di disperati, delinquenti, mafiosi di ogni sorta”, le città buie e inquinate, insomma i paesaggi di un moderno dopoguerra nel cuore dell’Europa.
Nel Kosovo “liberato”, dove le contraddizioni sono oggi più esasperate di ieri, dove la presenza di una piccola comunità di serbi, oggi vittime di una logica che fino ad un anno fa avevano assecondato, diviene motivo di tensione. Laddove c’era una seppur difficile convivenza oggi sorgono nuovi muri della vergogna. E dietro le mura ti appare una terra desolata, minata e avvelenata, per una guerra che continuerà ben oltre ogni cessate il fuoco.
Così in Serbia, dove alla distruzione delle infrastrutture e dell’apparato industriale con conseguenze ambientali che misureremo sulle generazioni a venire, si aggiunge l’assedio di un embargo economico che ha effetti disastrosi sulla popolazione civile e sulle strutture sociali, nulli invece sul regime di Milosevic che al contrario usa l’embago per rinfocolare il sentimento nazionalistico e ridurre gli esigui spazi di libertà.
Così in Bosnia dove una fragile pace nasconde a malapena il fallimento degli accordi di Dayton, dietro il paravento dei quali appaiono i fantasmi della guerra, un milione e mezzo di profughi che ancora non possono tornare in quanto rimane delle loro case, una diffusa miseria solo attenuata dal proliferare di un’economia criminale gestita da coloro per i quali la guerra è stata un grande affare.
Se poi vi capita di andare in vacanza sulla costa dalmata, in uno sforzo di curiosità, fate qualche chilometro verso l’interno, lungo il versante del massiccio del Velebit che si affaccia sulla Kraijna, e vi accorgerete dell’altra faccia della Croazia.
Lidia Campagnano, in alcune fra le pagine più belle che io abbia letto in questi anni sulla tragedia balcanica, racconta di un giardino botanico d’alta montagna, proprio da quelle parti, curato per anni da un professore di Zagabria che vi metteva a dimora genziane e stelle alpine, lingue di cervo e pulsatille con accanto dei piccoli cartelli con i loro nomi ed una raccomandazione: raccogliete immagini, non fiori. E di una vecchia casetta con un piccolo giardino lettralmente stipato di fiori, tanti e di tutti i possibili colori, con l’aria di voler travolgere la recinzione che li conteneva. Che ne sarà di loro, dei gesti delicati che li proteggevano, di quel professore e di quella vecchietta che con tanto amore li accudivano?
Queste mille tragedie anche individuali sono il nostro presente, la guerra come normalità che invade il nostro tempo e il nostro spazio, fino quasi a non accorgersi di che cosa è fatta la nostra pace quotidiana. Oppure ce ne accorgiamo quando è tardi, i conflitti degenerati, gli apparati militari in movimento. Allora si dirà che gli sforzi diplomatici non sono bastati, il ricorso alla forza inevitabile. Così la storia si ripete.
Tanto che in queste ore si prepara una nuova guerra all’insegna dell’integrità della Federazione Jugoslava o se si vuole dell’indipendenza del Montenegro, nella FRY è iniziata la mobilitazione, arrivano nelle case le notificazioni di arruolamento, c’è un crescente clima di caccia al traditore. “Le guerre cominciano in primavera …” è il grido d’allarme delle “Donne in nero” di Belgrado ma è destinato a rimanere ancora una volta inascoltato, così come l’incontro fra i governi di Macedonia, Albania e Montenegro per predisporre un piano di evacuazione dei profughi di una nuova guerra, relegato nella migliore delle ipotesi fra le “brevi”.
Come per il Kosovo, una guerra annunciata per chi voleva e sapeva vedere. Ma, si sa, il principio di prevenzione è estraneo alla politica, è meglio spendere in armamenti e nell’emergenza piuttosto che investire sul futuro. Così pulizia etnica e raid ritorneranno nelle prime pagine, saremo bombardati di notizie gridate e spesso costruite ad arte (“siamo di fronte a 50 Srebrenica” – cioè a 350 mila morti – dichiarava l’amministrazione americana al New York Time per giustificare il proprio intervento militare in Kosovo), e bombardati lo saranno anche i progetti di diplomazia popolare e preventiva che con pazienza e senza far rumore stiamo cercando di tessere di là del mare. Dove si rispecchia il vuoto di progettualità politica del nostro paese, l’inconsistenza dell’Europa, la falsa coscienza delle nostre democrazie.

Michele Nardelli