Lo confesso. Non ero mai stato, prima dell’8 agosto 2011, più ad est di Trieste. Ciò che sta oltre, dunque, per me era, e ovviamente rimane ancora in grandissima parte, un’entità misteriosa e sconosciuta, che proprio per questo ha esercitato da sempre su di me un fascino indefinibile, un sentimento misto di attrazione e repulsione, un’emozione che è andata maturando nel corso degli anni fino alla decisione di spingermi, finalmente, al di là del “confine orientale”.

Devo dire che il preciso istante in cui ho varcato, assieme ai miei due compagni di viaggio, a bordo di una eroica golf station-wagon, la frontiera con la Slovenia, ha significato per me il superamento di un limite, di un retaggio culturale, di un pregiudizio antico che credo accomuni molti tra coloro i quali, nati in piena guerra fredda, sono stati inevitabilmente cresciuti da Babbo Occidente nella diffidenza e nel sospetto verso tutto ciò che abita a oriente, specialmente se si tratta dell’Oriente europeo: ecco, mi sono detto, sono qui, in carne ed ossa, muovo i primi passi in quella terra che per me è sempre stata l’emblema della diversità assoluta!

E in effetti, a proposito di idee preconcette, sono partito con la sensazione forte e con il gusto di verificare quanto ciò che andavo a scoprire fosse realmente “diverso” rispetto a tutto ciò che conosco, e diverso si è dimostrato veramente, ma di una diversità a dire il vero non povera di analogie, somiglianze e comunanza di radici etimologiche e spirituali con la mia patria culturale, l’Occidente.

Qualcuno che ho conosciuto durante questa esperienza e che ringrazierò sempre per la sensibilità, la competenza, l’affascinante conversazione e per…l’ottima cena bosniaca in quel ristorantino nascosto di Sarajevo (vero Eugenio??), ha detto, se non ricordo male, che i Balcani rappresentano in qualche modo l’inconscio rimosso dell’Europa Occidentale: anche se probabilmente si tratta di un concetto che non ho ancora i mezzi per capire in profondità, quelle parole hanno risuonato dentro la mia mente e hanno aperto spazi nuovi di riflessione. “Perché?” mi sono chiesto, “cosa avrà mai voluto dire Eugenio?”. Eppure, a pensarci bene, ho la sensazione che queste terre così pregne di diversità e conflittualità, dove la storia ha chiuso il cerchio del Novecento e non si può escludere che possa aprirne di nuovi e imprevedibili, somiglino ad una sorta di laboratorio dove i secoli e gli imperi hanno sperimentato, portandole in certi casi tragici alle loro estreme conseguenze, tutte le possibili forme di convivenza e di separazione, di tolleranza e di violenza, di solidarietà e isolamento, di apertura e chiusura in modi così tumultuosi da rendere forse necessaria una rimozione collettiva, come se le verità che emergessero dalla loro conoscenza fossero in qualche modo scomode, quelle verità così geograficamente vicine a noi occidentali.

Per questo, dopo il ritorno dal viaggio e passata qualche settimana di letture e necessaria “sedimentazione”, sento di poter dire che la diversità che inseguivo e mi aspettavo di vivere nei Balcani è stata rappresentata, oltre che dalle differenze, anche, e in misura inaspettata, dalle analogie!

Trieste

Innanzitutto Trieste, tappa prima e già rivelatrice del viaggio, città di confine per eccellenza e luogo di incontro di culture, lingue, religioni, stretta in un esile respiro di terra tra l’altopiano e il mare, dove, tra l’eleganza degli edifici imperiali contrapposta all’architettura “fascistissima” degli anni ’30, e il mortificante oltraggio dell’edilizia di massa del boom economico che toglie l’aria a quel che resta dell’antica Tergeste con il suo magnifico teatro romano (oltraggio comune, anche se la chiamano edilizia “comunista”, cambiandole il nome ma non la sostanza, a Zara, a Spalato, a Sarajevo in particolar modo), ho trovato un primo assaggio dei contrasti ma anche della multietnicità che avrei visto oltre confine e più che altrove in Bosnia. E poi, lì ad un passo, Basovizza, con la sua foiba, emblema e anticipazione di altri “buchi” più recenti e non meno tragici, come le “rose” di Sarajevo e tutte le altre cicatrici che feriscono gli intonaci (laddove esiste l’intonaco!) di ogni paesaggio urbano nei territori della ex-Jugoslavia.

Superiamo il confine con la Slovenia, dove vivo quel senso di superamento di un limes tutto personale cui accennavo sopra, e poi via veloci lungo un paradiso bucolico di foreste e prati che si smarrisce a poco a poco per stravolgersi completamente lungo le coste croate, dove la roccia è aspra e disabitata e non regala alla terra che pochi e rinsecchiti arbusti.

Zara

Zara, dove assaporiamo la prima cena (squisita) e la prima notte (un po’ meno squisita…) balcaniche, e soprattutto Spalato ci ricordano chi siamo e da dove veniamo: qui, sulla costa, siamo tutti, fondamentalmente, cives Romani che, scavalcando i secoli, camminano, lavorano, respirano e pregano all’interno delle mura possenti del Palazzo di Diocleziano, lungo i colonnati del foro, nel tempio di Giove, tra gli stucchi e i mosaici e le botteghe antiche, circondati da edifici dove più tardi Venezia avrebbe lasciato il suo dolce e indelebile segno…anche la lingua, grazie ai pazienti ammaestramenti del nostro gentile conducator Alessandro, si trasforma pian piano da entità estranea e temuta in sorprendente rivelazione di insospettabili consanguineità linguistiche grazie alla comune matrice latina di numerosi verbi e vocaboli. E così, altri muri cadono dentro di me, un nuovo limes mi accingo a superare…quale sarà il prossimo?

Eccoci in Bosnia.

La seconda e terza notte di viaggio ci vede ospiti a Medjugorje, che ci accoglie circondandoci quasi fisicamente in un abbraccio di pace autentica, e lo scrivo anche a costo di scadere nella facile retorica: non dimenticherò Miljana del camp Zemo e in particolare la sua premurosa nonna, dal sorriso scaltro e sereno di contadina e le mani antiche, col suo inglese primordiale ma efficace e i suoi gesti gratuiti e inaspettati…e non dimenticherò le notti fresche e silenziose di luna piena, gli incontri imprevisti, le ottime cene (saranno una costante piacevolissima lungo tutto il viaggio, e lo scrivente non è esattamente un carnivoro, il che depone a favore della varietà e della qualità della cucina locale), l’eccellente Karlovacko spinata a regola d’arte (pure questa costante e gradita compagna di viaggio?), quel senso di lenta e serena accettazione che ci porterà senza sforzo sul monte delle apparizioni passando tra due ali di mercatini di oggettistica religiosa che, mai come qui, non mi disturbano affatto e nulla tolgono alla suggestione spirituale e intima di questo luogo.

Nella giornata che separa le due notti a Medjugorje, visitiamo Mostar, distante poche decine di chilometri, e non posso fare a meno di notare come le due città, per la verità distanti anni luce tra loro, rappresentino per me due tessere di un ideale mosaico che celebra la tolleranza, la convivenza, la pace: certo, come ignorare che Mostar è oggi, in realtà, una città lacerata, ancora scossa dalle aggressioni alla sua carne, ai suoi simboli e alla sua storia, una città che non si è ripresa, eppure lo Stari Most rimarrà per sempre impresso nella mia mente come un potentissimo richiamo all’unità, un eterno cerchio della vita impresso nella pietra e riflesso nel verde della Neretva…Ecco, l’anima di Mostar è lì, è più antica delle ferite, e parla a me, che, straniero e vergine, la vedo per la prima volta. Sono colpito, e allora nascono, spontanei, alcuni versi:

Stari Most

Acqua che verde chiudi
della vita il cerchio
bagna innocenti l’ossa
di questo ponte antico
che tanto ardito fu al salir
quant’al discendere sgomento.

Tu che hai lavato lacrime
d’un relitto assassinato e vivo,
tu sola fondamenta e pietra
dell’arco immerso nel riflesso mondo,
eterno specchio rimarrai del vero,
né mai massacro sarà diga all’onda.

Tu che di radici e fango
la pelle rinnovi all’ossa
tu che all’umano tradire
dicesti ogni volta: “passa”..

per te soltanto fu pensato un ponte
per te che unisci separate sponde
per te scolora il sangue che mai tace
per te, lucenza di mai sazia pace.

Ma forse, i ponti, così onnipresenti in Bosnia (bellissimo quello, ricostruito con i materiali originali, di Konjic, un vero gioiello che abbiamo occasione di ammirare durante una tappa del percorso) materializzano uno degli aspetti più autentici dello spiritus loci, con tutta la loro valenza simbolica e la loro secolare bellezza architettonica, ad emblema di una terra dove le strette vallate, i corsi d’acqua e i saliscendi della storia hanno reso imperativo creare, più che altrove, una “connettività”…

Neretva

Dopo un’ultima notte, lasciamo malinconici la protezione e il riparo offertici dalla Signora della Pace e, accompagnati dalla verde acqua lungo la valle della Neretva, partiamo in direzione della chiave di volta del viaggio: Sarajevo. E’ la meta più lontana del nostro percorso, da lì in avanti non potremo che avvicinarci, lentamente ma inesorabilmente, a casa. Da lì in avanti, inizieremo a chiudere il nostro personale cerchio.

Sarajevo: cosa dire che non sia già stato detto su questa Gerusalemme d’Europa? Ovviamente non sarò io, visitatore tra i tanti e per di più novello, a elargire lezioni sul significato che una città come questa ha avuto per la storia europea nei suoi momenti cruciali, ma non è nemmeno facile evitare di ripetere immagini e descrizioni già sentite: eppure, il suo appellativo è quanto mai calzante in un contesto in cui, nel raggio di un chilometro quadrato e in pieno centro storico, quasi a formare un quadrilatero della civiltà e della convivenza, si ergono moschee, la sinagoga, la cattedrale cristiana e quella ortodossa. Appare ai miei occhi come una città che, per vivere e sopravvivere, ha avuto l’ assoluto bisogno di mescolare ingredienti diversi in un melting pot che non è solo religioso e culturale, ma anche, per ovvia conseguenza, architettonico e urbanistico. Un esempio su tutti: laddove termina la Bascarsija, dalle forme ed atmosfere turco-musulmane, inizia, senza soluzione di continuità e all’interno della stessa zona pedonale, l’anima asburgica ed imperiale della città, con i suoi edifici e viali, ed è un passaggio di consegne che non stride, non disturba, anzi si realizza con naturalezza…Sarajevo ha accolto la diversità, si è nutrita di essa, è fatta di essa. E’ un grande affresco dove mani diverse hanno dipinto colori e forme, dove voci diverse cantano suoni e melodie, è la realizzazione di un’utopia, per certi versi, e per questo è stata ed è un potente simbolo, per alcuni da imitare, per altri da abbattere. Almeno per quanto riguarda la città vecchia, dove persino le ferite della guerra, i buchi negli intonaci e nella pavimentazione (le tragiche “rose”, dove l’eufemismo anziché attutire rinnova il dramma con sinistra ironia), gli edifici mutilati, paradossalmente nutrono l’utopia; non così la periferia popolare, dove i mostruosi block dell’edilizia di massa testimoniano l’assoluta negazione di ogni slancio ideale e materializzano, loro così oltraggiosamente lunghi, alti e grossi, l’appiattimento di ogni respiro vitale, la distruzione della memoria e dei simboli. Ciò che non hanno potuto le bombe, l’ha fatto il cemento. Ma è ancora Sarajevo questa?, mi domando mentre l’auto sfreccia veloce sulle arterie che conducono fuori città, in direzione dell’aeroporto: no, non è Sarajevo, non è nessuna città, non è un luogo, è invece tutte le periferie urbane metropolitane in ogni angolo della terra, cioè un non-luogo, un’assenza sempre uguale dovunque la si veda nel mondo. Ed è addirittura terribile vedere come il concetto stesso di “casa” sia stato non solo brutalmente violentato ma addirittura “negato” da questi abnormi moloch contenenti migliaia di micro-loculi ciascuno, quando, appena poche ore prima, il corpo e l’anima riposavano deliziati nella pace e nella perfetta armonia della Svrzina Kuca, la residenza della nobile famiglia musulmana Svrzo, rimasta inalterata dal 1482: un’oasi di pace e bellezza, una simbiosi realizzata tra natura ed architettura, una dimostrazione di civiltà e cultura dell’abitare ma soprattutto un modello abitativo oggi sconosciuto (ne è prova lo stupore che ci accompagnava nella visita di tutti gli spazi della residenza) che mette al centro di tutto l’uomo. Qui, il corpo, l’anima e la mente sono i protagonisti indiscussi, tutto è progettato per soddisfarne le esigenze, dalle camere private alle sale di ricevimento (tutte adorne di magnifici e immensi tappeti), dagli spazi dedicati alla lettura a quelli predisposti per la cura del corpo, come le stupefacenti docce dove l’acqua viene riscaldata da apposite stufe in muratura, rivestita di maiolica, situate in posizione strategica, o come le ritirate collegate ad un rudimentale ma efficace sistema di deflusso delle deiezioni: e stiamo parlando del secolo XV!! Il tutto inserito in un contesto di assoluta discrezione e silenzio, dove la superficie calpestabile è massima ovunque (grazie a innumerevoli nicchie chiuse da battenti perfettamente mimetizzati, ricavate in maniera incredibile negli arredi e funzionali a riporre oggetti personali, strumenti, suppellettili, che così non intralciano il cammino e la vista) dove non vi è spazio per qualsivoglia forma di esibizionismo, dove esterno ed interno si compenetrano nel rispetto addirittura sacro della privacy, dove la luce è sapientemente “addomesticata” dalle vetrate e dai tendaggi allo scopo di esaltare al massimo la specifica funzione di ogni stanza garantendo il benessere di chi vi trascorre il suo tempo, e di conseguenza anche di chi è soltanto ospite di passaggio. Una reggia, un luogo elitario, riservato a pochi (e ricchi) eletti? Può darsi, ma ciò non toglie che chi intende verificare con i propri occhi cosa significhi edificare “a misura d’uomo”, può senz’altro prendere spunto da qui, Glodzina 8, Sarajevo. Certo, anche un bilocale di 30 metri quadrati al tredicesimo piano può essere considerato “a misura d’uomo”…nel senso delle misure, appunto!

Srvzina Kuca

Uscire dall’oasi e riemergere alla luce del sole dopo circa due ore ci dà l’ultima occasione di capire quale incantesimo edilizio rappresenti in realtà la Svrzina Kuča, se paragonata al rumoroso brulichio di vita della metropoli. Ma è ora di andare, di continuare questa sorta di pellegrinaggio, di lasciarci alle spalle la dimensione privata per affrontare apertamente le suggestioni della Storia, laddove, come ha detto qualcuno, è iniziato il Novecento: il Ponte Latino, che attraversa la Miljačka, sembra ancora attendere il passaggio del Duca Francesco Ferdinando, magari immaginando un epilogo diverso, e non necessariamente per la sorte in se stessa dell’erede al trono, quanto per le successive e mostruose conseguenze che quell’attentato ha fatto poi definitivamente esplodere. Sembra di scorgere, tra la folla che si incammina anonima in questo angolo di Ottocento, un altro altrettanto anonimo Gavrilo Princip, pronto ad immolarsi inconsapevole nella convinzione di redimere le iniquità della storia.

Qui, veramente, ho avuto la fortissima impressione che la Storia, quando decide di passare da qualche parte, ci passa quasi per caso, in maniera ordinaria, vestita con gli abiti di tutti i giorni, lungo una strada, fuori dai grandi palazzi, dalle residenze del potere, prende uno qualsiasi tra noi e ne fa strumento per introdurre enormi cambiamenti: nel “Museo dell’assassinio”, dedicato alla memoria di ciò che accadde il 14 giugno 1914, sono conservati gli abiti, gli oggetti, le armi degli attentatori, persino il calco delle impronte di Princip impresse per sempre nella posa in cui si trovavano nell’attimo in cui il loro proprietario sparò, all’angolo dell’edificio di fronte al Ponte Latino . E quindi ancora un ponte, come sempre in Bosnia, è il protagonista di questa vicenda, questo meraviglioso piccolo ponte che traghetta l’Ottocento e lo catapulta sanguinosamente nella modernità.

Lasciamo Sarajevo ed iniziamo a completare l’anello che ci riporterà a casa, ma senza tornare sui nostri passi: abbandonata infatti l’idea di ripercorrere la litoranea, decidiamo di tornare in Italia attraversando l’entroterra bosniaco cogliendo così l’occasione di visitare altri luoghi a me sconosciuti.

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