10 Novembre 2010 | Balcani

Kosovo bio: non ancora, ma quando?

di Matteo Vittuari – In Kosovo il settore agricolo è tornato recentemente al centro del dibattito politico. Ma in un contesto dove si lotta ancora con sicurezza alimentare e standard produttivi molto bassi ha senso pensare al biologico? C’è comunque un potenziale da sfruttare: le terre per anni abbandonate, anche da fertilizzanti e pesticidi. fonte: Osservatorio Balcani e Caucaso

Parlare di agricoltura biologica in Kosovo potrebbe sembrare prematuro. Le priorità, per quanto riguarda il settore agricolo, sono altre: lotta alla povertà, sicurezza alimentare, creazione di opportunità economiche, miglioramento degli standard di qualità, rafforzamento della produttività e dell’efficienza. Il tutto all’ombra della prospettiva europea che condiziona, nel bene e nel male, molte delle decisioni in ambito di politica agraria. Il Piano Strategico per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale 2009 – 2013 del governo kosovaro (revisione del Piano 2007-2013) è un chiaro esempio di come l’allineamento all’acquis communautaire costituisca l’obiettivo principale del processo di riforma delle politiche e della modernizzazione del settore. Nel complesso, la decisione di destinare al settore primario 200 milioni di euro, nell’arco di cinque anni, riporta l’agricoltura nel cuore del dibattito politico e le riconsegna quella centralità che non può non avere in un paese dove il settore primario copre ancora il 25% del prodotto interno lordo e dà lavoro a circa il 40% della popolazione attiva.

Andando oltre le stime ufficiali, le cifre sono ancora più significative, poiché buona parte della produzione agricola proviene da piccole aziende familiari e viene destinata all’autoconsumo senza passare dal mercato. Un supporto pubblico al settore di 40 milioni di euro all’anno costituisce una svolta significativa, considerando che negli anni precedenti i fondi dedicati allo sviluppo agricolo sono stati decisamente limitati, con oltre il 30% delle risorse utilizzate a copertura dei costi di personale e il supporto agli agricoltori al minimo, cioè garantito essenzialmente attraverso agevolazioni fiscali. Nell’ultimo quinquennio il sostegno è cresciuto (2,3 milioni di euro nel 2003, 2,5 nel 2004, 3,8 nel 2005, 5,4 nel 2006), ma senza mai avvicinarsi alle decine di milioni della Strategia 2009 – 2013, le quali rappresentano le risorse complessive a disposizione, incluse quelle provenienti da Commissione Europea, prestiti della Banca Mondiale e altri donatori bilaterali.

E il biologico? Il ‘bio’ potrebbe rappresentare un’opzione piuttosto concreta, poiché in campagne caratterizzate da aziende abbandonate, infrastrutture danneggiate e mezzi meccanici obsoleti o non più funzionanti, la realtà è spesso quella di un’agricoltura povera che non utilizza fertilizzanti e pesticidi, ma terra e lavoro. Per trasformare l’opzione possibile in processo in atto servono leggi, regolamenti, marchi, sussidi, agricoltori preparati, tecniche di produzione appropriate, servizi di assistenza e informazione, ispettori, associazioni professionali, enti di certificazione, consumatori con potere di acquisto. Un sistema di supporto, un’intera filiera e un mercato che funzioni. I primi passi… I primi passi verso l’organizzazione di una filiera biologica sono stati intrapresi nel 2001 all’interno di un progetto per l’introduzione del biologico nei Balcani (‘Introduction of organic farming and low input sustainable agriculture in the Balkan countries’) che la fondazione olandese ‘Avalon ‘ ha avviato nel 1999. Nel caso del Kosovo, l’obiettivo è stato l’avvio di alcune produzioni di piccola scala a fini dimostrativi con l’intento di sensibilizzare produttori, popolazione e istituzioni. Dopo i primi tre anni, gestiti dal Regional Environmental Center (REC ) , il progetto è passato nelle mani dell’Associazione per l’Agricoltura Biologica in Kosovo (Organic Agriculture Association Kosovo – OOAK), fondata nel 2002 , anche grazie al supporto della Facoltà di Agraria dell’Università di Pristina. OOAK ha avuto un ruolo determinante nell’avviare la discussione sul biologico e nel gettare le basi per l’introduzione della legge quadro del Kosovo (Legge n 02/L – 122) approvata nella primavera del 2007, chiaramente ispirata ai regolamenti europei (il nuovo Reg. CE 834/07).

Il primo produttore certificato Nonostante non esista ancora un vero e proprio mercato per i prodotti bio, alcune aziende agricole hanno iniziato a seguire i principi di questo tipo di produzione e, come risultato, nell’ottobre 2009 il Kosovo ha potuto vantare il suo primo produttore certificato. L’azienda ‘Hit Flores’ ha infatti ottenuto la certificazione da parte della svizzera Bioinspecta per la produzione di piccoli frutti e erbe officinali (e la successiva trasformazione delle erbe in tisane) su un’estensione di 10 ettari. Sempre riguardo ai piccoli produttori, un altro progetto è portato avanti da OOAK e dalla Facoltà di Agraria di Pristina che, assieme all’ONG Mercy Corps , hanno selezionato alcuni apicoltori per affiancarli nella conversione al biologico della loro produzione di miele. A questi primi sviluppi, sempre nel 2009, è seguito anche un importante progetto finanziato dal ministero degli Esteri italiano, tramite la direzione generale per la cooperazione allo sviluppo, e gestito dall’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari . Il progetto (‘Strenghtening the Kosovo MAFRD for the improvement of vegetable production according to EU standards’ ) si inserisce nelle azioni avviate a sostegno del settore primario kosovaro e prevede l’erogazione di 2.2 milioni di euro per assistere il ministero dell’Agricoltura Foreste e Sviluppo Rurale del Kosovo (MAFRD) nell’attuazione di iniziative finalizzate all’avvicinamento agli standard UE nelle produzioni ortofrutticole e alla creazione di un servizio nazionale a supporto dello sviluppo dell’agricoltura biologica. La consapevolezza dei reali benefici del biologico è ancora scarsa e dal mercato non arrivano per ora input importanti. Sul fronte interno il potere di acquisto dei consumatori è ancora troppo basso e la sicurezza alimentare è ancora una priorità per il settore primario, ma qualcosa si muove come testimoniano i progetti di Avalon e Mercy Corps, e la certificazione del primo produttore da parte di Bioinspecta. Qualche passo è quindi stato fatto e la discussione è avviata. fonte: Osservatorio Balcani e Caucaso