25 Agosto 2010 | Balcani

Un ponte è un ponte

Un ponte è un ponte

di Andrea Rossini


di Andrea Rossini

Al mattino, Mostar si sveglia con le note delle Bande degli Ottoni che percorrono le strade della città vecchia. L’atmosfera di festa continua dalla sera prima, con gruppi di giovani artisti che realizzavano performances nella città e sul Ponte. Oggi è la giornata della inaugurazione ufficiale. Sono attese 52 delegazioni da altrettanti Paesi. Da un punto di vista simbolico, le presenze più significative saranno quelle di Stipe Mesic e Svetozar Marovic, i presidenti di Croazia e Unione Serbia e Montenegro. Alle 14.30, su di una terrazza prospicente la Neretva, a pochi metri dal Ponte, il capo dell’Ufficio di Presidenza bosniaco, Sulejman Tihic, accoglierà gli ospiti stranieri.
Le delegazioni arrivano alla spicciolata, in lunghi convogli. Passanti e giornalisti vengono tenuti a distanza dalle forze dell’ordine. Nelle ultime giornate, la questione sicurezza ha dominato i titoli dei telegiornali bosniaci. Ci sono ogni genere di squadre speciali: subacquei, alpinisti, cecchini. Gli elicotteri sorvolano la città. Il traffico è fermo dalle 6 di questa mattina fino alla mezzanotte.
Nove anni dopo Dayton, la Bosnia Erzegovina si trova in una fase di delicato passaggio. Dal prossimo anno, sarà l’Unione Europea a garantire con proprie forze armate la sicurezza nel Paese, subentrando alla SFOR, guidata dalla Nato. Anche la figura dell’Alto Rappresentante, a capo della amministrazione civile internazionale del Paese, dal prossimo anno diventerà quella di “Rappresentante Speciale della Unione Europea”. Il britannico Paddy Ashdown ha già annunciato di voler cominciare da subito ad agire in questa veste.
Uno degli ospiti d’eccezione è proprio Chris Patten, ex governatore di Hong Kong, commissario alle Relazioni Esterne dell’Unione. Patten tiene fede alla promessa iniziale – solitamente retorica – di essere breve. Al centro dell’intervento proprio la questione europea: “Perchè un così grande interesse per un elemento di architettura? Perchè l’architettura rappresenta un investimento per il futuro. Il futuro della Bosnia Erzegovina è nella Unione Europea, noi vogliamo sostenere questo Paese fino ad una piena integrazione. La inaugurazione di questo Ponte è un primo passo in questa direzione.” Il programma musicale di stasera prevede l’Inno alla Gioia.
Con 7.000 uomini sul terreno e la responsabilità della amministrazione civile, si profila una missione densa di conseguenze non solamente per la Bosnia Erzegovina ma per la stessa possibilità di una politica estera della Unione. Dopo le esperienze molto più limitate in Congo e Macedonia, si tratta dell’impegno più importante. Per quanto riguarda i Balcani, a fronte dell’esito disastroso della politica dei primi anni ’90, quando le varie cancellerie si presentarono in ordine sparso nella tragedia che andava profilandosi, si tratta di una inversione di tendenza. Per quanto riguarda poi i caratteri della Europa in costruzione, vale ricordare che proprio qui, tra chiese e moschee, nell’incontro secolare tra le diversità, sono rappresentate in nuce le stesse ragioni del processo di integrazione europea.

Dopo il direttore generale dell’Unesco, Koichiro Matsuura, prende la parola il Ministro degli Esteri italiano. Frattini ricorda il ruolo di primo piano dell’Italia nel finanziamento della ricostruzione del Ponte (“L’Italia è stato il primo Paese donatore di quest’opera”) e sottolinea la importanza che l’Italia e la intera comunità internazionale annettono alla regione dei Balcani Occidentali. Anche il rappresentante del governo italiano evoca l’Europa “della sicurezza, della pace e della stabilità” come traguardo per la Bosnia Erzegovina “dopo la tragedia della guerra etnica.”
Fino ad ora il Ponte è rimasto chiuso. Off limits. Il mio pass da giornalista serve a malapena per entrare dal panettiere. Dopo tante parole, però, non basta più guardarlo da lontano. Vogliamo raggiungere il Ponte. Mi infilo dietro Ashdown. Lui potrà pure passare, mi dico. Sono sul Ponte. Chiamo Luka, con me a seguire queste giornate. Una strana impressione. Mi sembra di esserci già stato. Attraversiamo il dorso d’asino, tra l’Alto Rappresentante e il principe Carlo. Scendiamo. Dall’altra parte, presso il Centro Culturale Francese (un Hammam allestito per ospitare mostre ed eventi artistici), c’è una personale del fotografo Zijah Gafic. Troppa gente, troppo caldo. E’ ora di fermarsi, mangiare e bere qualcosa, provare a ragionare su quello che sta succedendo. Sulla domanda che in varia misura ossessiona tutti quelli che sono venuti oggi a Mostar: “E’ solo una messa in scena della comunità internazionale? Cosa ne pensano i Mostarini?”
Da soli, come noto, non si ragiona. Entriamo in un bar parlando ad alta voce. Nella discussione si introducono ben presto i gestori del locale, due uomini e una donna. Loro sono nati e vissuti lì, a pochi metri dallo Stari Most.
“Non è una cosa che riguarda solo noi Musulmani, ma tutta Europa. Da qui può nascere qualcosa. Per quanto riguarda noi, ci è stata restituita la nostra identità, di cittadini, capisci? Non era possibile Mostar senza Most. Ora possiamo ricominciare.”
Nell’afa insopportabile della metà pomeriggio, nella locanda si ferma una troupe accaldata di giornalisti tedeschi. Stanno seguendo un ospite d’eccezione, Hans Koschnik, amministratore della città per conto dell’Unione Europea tra il 1994 e il 1996, sopravvissuto ad un attentato dei nazionalisti che mal sopportavano la sua politica tendente alla riunificazione della città. Tra i gestori del piccolo ristorante si sparge la voce: seduto al tavolo di fuori c’è Hans Koschnik. Il padrone esce dal bancone e riempie un piatto di dolcetti, glieli offre. “Per voi, omaggio della casa.”

Che possa invecchiare in pace

Si è parlato molto, nei giorni dell’inaugurazione, del significato del vecchio ponte di Mostar, quel ponte “a schiena d’asino” costruito nel 1566 su ordine del sultano Solimano il Magnifico e distrutto dalla furia del nazionalismo croato che non tollerava quel simbolo dell’architettura ottomana in una città che si sarebbe voluta capitale dello stato cattolico erzegovese.
Ora quel ponte è di nuovo al suo posto, ricostruito più o meno com’era, fin troppo lindo, quasi da sembrare finto. E un po’ lo è.
Metaforicamente, se è vero che quegli stessi soggetti che nel 1993 applaudirono alla sua distruzione erano là in prima fila ad applaudirne ipocritamente la ricostruzione. Nella realtà, perché “il vecchio” non c’è più e per quello ricostruito ci vorrà del tempo.

Ero felice nel saperlo ricostruito. Ho provato una profonda tristezza nel vederlo con i miei occhi. Era come se, dopo averlo fatto a pezzi a cannonate, avessero tolto di mezzo anche le tracce della sua distruzione, come se storia e memoria avessero subito una nuova ferita, come se avessero voluto cancellare le sofferenze che quell’arco spezzato da dieci anni stavano a testimoniare.
La stessa tristezza l’ho colta nello sguardo di Dario Terzic, amico mostarino che durante la guerra scelse di restare e dalla parte sbagliata, quella degli assediati dalla sua stessa gente, traditore dunque e condannato a morire sulla linea del fronte che tagliava la città “Mi scopro a cercare la vecchia passerella” mi dice “ma anche quella non c’è più”.

Ora a Mostar sono tornati i turisti ad ammirare la città vecchia con il suo ponte nuovo: è normale, è bene che sia così. Ma tutto questo ha la stessa funzione di un anestetico, che forse allevia il dolore ma che non può curare le ferite. Perché sul piano della riconciliazione e prima ancora dell’elaborazione del conflitto non s’è fatto praticamente nulla, in questa città come in gran parte della Bosnia. Non necessariamente per perdonare, cosa che riguarda la sfera privata di ciascuno, ma per ricostruire e ragionare su quanto è accaduto, comprenderne i motivi e gli interessi, per ricercare i punti d’incontro fra le narrazioni e le comunità ferite.

Perché questa è oggi Mostar, una città ferita nonostante i ponti e i turisti. La ferisce una piazza che segna la linea del fronte, terra di nessuno abitata non a caso da vecchi pensionati che si sono visti crollare addosso tutto ciò che avevano costruito Una chiesa cattolica irreale, “ancor più brutta dentro che fuori” mi dice un’amica che per questo ha pianto, con l’ostentazione delle croci più che della sofferenza, la forza più che la pace e il bisogno di perdono I serbi dei quali non c’è più traccia, i campanili e i minareti che crescono non per la fede in un Dio ma per dividere. Una città che gioiva a metà per il suo nuovo ponte, mentre sotto traccia continua a covare il rancore.

Le immagini dell’inaugurazione del nuovo ponte di Mostar hanno fatto il giro del mondo. Una volta tanto, mi sono detto, si parla di Bosnia e di Balcani senza associarli a morte e distruzione. Ma al tempo stesso non mi va di tacere sulla retorica che ha circondato questo evento, sul ponte che unisce le diversità quando tutti a Mostar sanno che “il vecchio” univa due sponde della stessa città turca, sul fatto che le autorità croate presenti hanno posto il veto su qualsiasi riferimento agli autori della sua distruzione, sui criminali di guerra in circolazione in Bosnia divenuti icone sulle magliette di tanti giovani e sulle bottiglie di rakija che a Guca, nella profonda Serbia poi non tanto lontana, danno il là ad una immensa “terevenka” (la sbornia collettiva), sul ritorno che ancora viene dissuaso, sul tentato colpo di stato dei clan erzegovesi di un anno fa quando la polizia internazionale tentò di fermare i traffici finanziari a sostegno dei secessionisti croati, sulle multinazionali che si spartiscono la privatizzazione delle risorse (prima fra tutte l’acqua, come denunciato nel Convegno internazionale che si è svolto a Mostar proprio nei giorni dell’inaugurazione), sul fallimento del protettorato internazionale che ha portato al governo della Bosnia Erzegovina gli stessi partiti nazionalisti che la Bosnia avevano distrutto e saccheggiato.

Ma “un ponte è un ponte” ha detto ragionevolmente qualcuno e fra seicento anni sarà di nuovo il vecchio ponte di Mostar. Vorrei solo che la stessa quantità di attenzione di questi giorni divenisse normalità, così da permettere al nuovo vecchio ponte di invecchiare in pace.

Chi ha amato Il Vecchio amerà anche questo. Ma non si può ritenere che oggi siano definitivamente sconfitte le posizioni di chi l’ha odiato fino a distruggerlo. Per adesso, con le sue pietre ancora troppo bianche, il Ponte è solo un ponte. Una possibilità

Referenti

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tel: 00387 36 580151 – 580142 chiedere della signora Amela

Tratto da Osservatorio Balcani e Caucaso