5 Luglio 2011 | Montenegro | seenet

Sentieri partigiani in Montenegro. Seconda parte

Sentieri partigiani in Montenegro. Seconda parte

di Eugenio Berra – La parte interna del Montenegro non è solo sinonimo di turismo naturalistico, camminate o percorsi in mountain bike. A questi si può coniugare – basta poco, qualche lettura pre-partenza e un pò di curiosità al momento dell’arrivo – un viaggio parallelo a ritroso nel tempo, stazione d’arrivo: gli anni 1941-1945.

Merita di essere raccontata la storia di Cedomir Ljubo Cupić. Nato nel 1913 da una famiglia montenegrina emigrata in Canada e proveniente da Zagarać, un piccolo villaggio nei sobborghi di Podgorica, all’età di 14 anni torna con i genitori in Montenegro e si stabilisce a Nikšić. Terminati gli studi superiori, si trasferisce a Belgrado dove studia Legge e diventa membro del Partito Comunista Jugoslavo. Nel 1941, dopo la capitolazione di Belgrado, torna a Nikšić e si unisce alle formazioni partigiane che operavano nella zona, diventando in poco tempo comandante del battaglione Đuro Đaković. Nell’aprile del 1942, durante la battaglia di Kablen (una collina nei dintorni di Nikšić) viene catturato dai četnići e imprigionato nella prigione cittadina. Torturato ferocemente per settimane, impedisce ai propri parenti di muovere alcuna richiesta di grazia nei suoi confronti. Condannato a morte da un tribunale-fantoccio assieme ad altri giovani partigiani, alla fine di maggio viene fucilato a Trebjšje, appena fuori dalla città. Nell’osservare la foto appesa al muro del museo mi vengono in mente le ultime parole urlate fieramente contro i suoi carnefici, e così mi piace rircordarlo: “Živjela slavna komunistićka partija!”, “Lunga vita al glorioso partito comunista!”.

Da Nikšić ci spostiamo a nord verso il parco nazionale del Durmitor, diretti a Plužine. Qui ci attende Miles Davis, che per conto dell’Ong Cosv segue da due anni un progetto di valorizzazione e sviluppo territoriale che fa perno attorno ad un ex ospedale partigiano a pochi chilometri dalla cittadina situata al confine con la Bosnia-Erzegovina. Il mattino seguente Miles ci accompagna a visitare la sede del progetto. Per arrivarci entriamo nella “no man’s land” tra il territorio montenegrino e quello bosniaco. Dopo aver attraversato la frontiera del Montenegro – ma senza essere entrati in Bosnia-Erzegovina – saliamo a mezza costa lasciandoci ai piedi il fiume Tara. Una luminosità tersa avvolge boschi e montagne ancora imbiancate di neve.

Image and video hosting by TinyPic“L’edificio fu costruito agli inizi del novecento come scuola elementare del villaggio. Poi durante la seconda guerra fu utilizzato come ospedale partigiano, e attorno agli anni settanta la municipalità di Plužine lo fece diventare un centro multifunzionale con un piccolo museo partigiano e un centro di prima assistenza sanitaria per gli abitanti del villaggio. Un anno e mezzo fa era completamente distrutto. Il tetto presentava numerose aperture da cui entrava acqua, cosicché col tempo anche le parti interne si sono rovinate. Per prima cosa abbiamo rimosso il vecchio tetto e ne abbiamo costruito uno nuovo. Poi si è passati al drenaggio della parte interna, assicurandoci che tutta l’umidità fosse stata eliminata prima di iniziare i lavori strutturali: cambio delle murature, finestre, stipiti…” . Agli inizi di giugno verrà inaugurato il nuovo centro multifunzionale, che ospiterà un “bed and breakfast” con circa quaranta posti letto e darà inoltre la possibilità ai turisti di affittare mountain bike durante l’estate e ciaspole in inverno. Seguendo l’anima originaria del centro, verrà aperto anche un centro di prima assistenza sanitaria e in futuro anche un piccolo museo storico.

Più incuriosito dal passato partigiano di questi luoghi, vengo a scoprire che nel villaggio vive Milan Nišić, ex barelliere dell’ospedale. Ultra novantenne, dopo aver cresciuto sei figli e numerosi nipotini oggi ha ancora la forza di alzarsi ogni mattina all’alba per mungere le proprie mucche. Mi riprometto di tornare ad intervistarlo accompagnato dal nipote Brano, che ha collaborato al progetto del Cosv. Mi informo anche sulla possibilità di ripercorrere alcuni degli antichi sentieri partigiani che seguono le tracce della famosa battaglia della Sutjeska, ma purtroppo sono tutti in pessime condizioni e mal segnalati. Penso all’Italia, dove anche grazie a percorsi legati alla memoria sulla Resistenza si son creati circuoli virtuosi di valorizzazione e riscoperta delle nostre montagne. Chissà che un giorno non nasca qualcosa anche tra questi boschi. La storia racchiusa in essi merita di essere narrata.

 

 
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