6 Marzo 2011 | Balcani

Diario di viaggio

Dal tredici al diciannove settembre scorso, un gruppo di giovani trentini membri dell’associazione Mondo Giovani ha partecipato al viaggio di formazione in Bosnia-Erzegovina promosso da Viaggiare i Balcani. Pubblichiamo stralci del diario di viaggio scritto dagli stessi ragazzi, in origine uscito a puntate sul quotidiano Il Trentino.

A Prijedor: incontro con i giovani di “cuore pulito”. È lunedì. L’associazione Mondo Giovani (www.assmondogiovani.it) di Levico Terme, col supporto del Tavolo delle Politiche Giovanili della zona laghi Valsugana è pronta a partire alla volta della Bosnia-Erzegovina. In una settimana scopriremo le culture, le tradizioni, la storia, attraverso le testimonianze della gente locale, delle istituzioni e degli emigranti trentini. La prima tappa del nostro viaggio è la città di Prijedor. Martedì. In mattinata a Prijedor incontriamo Mario Dosen, un ragazzo a capo di “cuore pulito”, associazione giovanile che si occupa di problemi giovanili e dà delle informazioni. Nell’associazione ci sono più piccoli gruppi comunitari, dallo sport a tutto quello che i giovani vogliono fare o pensano di fare. Hanno 50 volontari che collaborano. I problemi che hanno i giovani qui sono l’abbandono scolastico, la droga o il fatto che la Bosnia-Erzegovina è troppo chiusa come paese. L’80% dei giovani pensa che la scuola non sia molto utile per loro. Non ci sono rapporti tra associazioni giovanili e scuole. Non è facile poter uscire dalla Bosnia: spesso si pagano fino a 35 euro per un visto. Lo stipendio medio è di circa 200 euro al mese. La pensione media va dai 40 ai 120 euro. Ma i ragazzi di Prijedor vogliono cercare una soluzione anche per i problemi degli anziani: uno dei loro progetti più ambiziosi è quello di una mensa per i più poveri; hanno difficoltà alimentari ben il 10% dei residenti… Massimiliano Osler

Sarajevo: quest’incredibile incrocio di culture. … mattino del 15 settembre. Appena usciti dall’hotel immerso tra i vicoli si ha l’impressione di essere in una qualunque città europea. Risaliamo la collina per raggiungere l’ufficio dove ci attende il Generale Divjak e una distesa di tetti si apre davanti a noi: una moltitudine di minareti si lanciano verso il cielo, i campanili li rincorrono, dietro di loro moderni grattacieli li riflettono sulle vetrate. Il generale e il suo staff ci accolgono gentilmente e ci spiegano di come l’organizzazione, nata proprio durante la guerra, si sia già occupata di più di 3000 bambini tra orfani e rom. Lo scopo dell’associazione è riuscire a formare prima di tutto delle persone cittadine del mondo, in grado di comprendere e metabolizzare ciò che accade intorno a loro. “Education builds B-H”: l’educazione costruisce la Bosnia Herzegovina. Questo il motto e il nome dell’associazione (www.ogbh.com.ba), la quale pone molta attenzione all’ambito umano anche proponendo piani di studio che danno ampio respiro alla formazione dei ragazzi. L’associazione che lui stesso fondò nel 1994, nasce come associazione non governativa. I finanziamenti derivano principalmente dalla vendita di calendari, da aste e concerti. L’inizio è stato duro, ma ora – ci confida la sua collaboratrice – si vedono i risultati. Tornando in città ci sfiorano autobus tutti diversi, donazioni di Stati europei che dopo la guerra si mobilitarono per rimettere in piedi quella che veniva definita la “Piccola Gerusalemme dei Balcani” per la sua multiculturalità. Dall’alto di una delle tante colline che circondano le città, vediamo alzarsi una Sarajevo che è l’intreccio di culture che convivono. Dira, la signora che ci accompagna, ci spiega di come la sua famiglia sia composta da persone che professano religioni differenti e ciò nonostante passino insieme tutte le festività: è l’emblema dello spirito che vive qui, che è il cuore e lo scheletro di questo angolo di mondo… Silvia Martinelli

Fra i trentini che resistono a Stivor … Andreatta, Agostini, Dalsasso, Postal, Moretti, Bocher, Osti, Fusinato, Montibeller, Dalprà, Paternoster, Valandro. Sulle croci del cimitero di Stivor tanti cognomi valsuganotti. Nei tempi migliori nell’enclave trentina in Bosnia vivevano in più di 700, oggi al di fuori della stagione estiva sono in 150. Parlando con gli stivoriani bisogna fare un passo in là nelle proprie abitudini cognitive: il loro “dopo la guerra” non fa pensare al 1945 ma a mezzo secolo dopo. La strada tra Prnjavor e la frontiera con la Croazia, lungo la quale si trova Stivor, veniva percorsa giorno e notte dai mezzi dell’armata serba. «Fino all’inizio della guerra il paese era pieno di giovani – spiega Luigi Andreatta, responsabile del Circolo dei Trentini nel mondo di Stivor – poi tanti se ne sono andati all’estero». I dintorni di Prnjavor sono una “piccola Europa”, con ben 22 nazionalità rappresentate; coloni mandati tra le colline bosniache a fine Ottocento. I trentini arrivarono nel 1882, dopo una terribile alluvione in Valsugana. Nella famiglia Andreatta tutti parlano almeno 3 lingue, più il dialetto ed è normale vivere con nipoti e parenti delle provenienze più disparate.

«Durante la guerra – scherza Andreatta – c’erano tanti ragazzi e ragazze che volevano sposare degli stivoriani per ottenere la cittadinanza italiana». Nel dopoguerra invece non era in voga rubare l’amore nell’enclave trentina, ma prendere oggetti di valore. È sparita infatti la dotazione informatica del Circolo, una ex fabbrica «ricostruita grazie anche al grande aiuto di Rino Zandonai», oltre alla camionetta dei vigili del fuoco di Stivor. C’è anche una caserma, costruita nel 2003, ma mancano i volontari. Tante case disabitate, a Stivor si è provato, come a Martin Brod e Prijedor, con il circuito Promotur, ospitalità nell’albergo diffuso. Luigi è contento di rimanere nella sua Stivor, ma la sua curiosa cadenza un po’ dimessa tra il valsuganotto e lo slavo fa capire che c’è anche un po’ di rassegnazione. Si cerca speranza allora nella chiesa dedicata a San Giovanni, decorata in legno a mo’ di stube tirolese ed impreziosita dal granito di Scurelle. Ma soprattutto da un affresco che unisce la carovana uscita da Roncegno all’attualità di Stivor. Il futuro? Si parla dall’agriturismo, di piccoli frutti, ma forse la prima cosa importante sarebbe far rimanere gli stivoriani in Bosnia e non farli tornare in Trentino. Così anche Luigi si sentirebbe meno solo. Mattia Frizzera