27 Settembre 2011 | Balcani | libri

Pedalando con gli Dei

Pedalando con gli Dei

Un viaggio a pedali che ha il sapore della scoperta, lento e solitario, verso una meta classica che sempre attrae: la Grecia. Un insegnante di greco e la sua bicicletta pedalano cercando Itaca e sognando l’Acropoli. Tra la partenza e l’arrivo l’Albania e i Balcani, terre con un fascino ancora tutto selvaggio e pericoloso.




Paolo Venti, Pedalando con gli dei. Viaggio in bicicletta dal Nordest alla Grecia inseguito dalle ire di Poseidone. Edizioni Ediciclo, pag. 225, 16 euro.

La meta è Atene, là dove si addensa quel retaggio di cultura e di mito che ha fatto noi Occidentali, e più dentro ancora nel mito la destinazione è Maratona, là dove duemilacinquecento anni fa si è decisa la nostra differenza dagli altri. Per arrivarci devi costeggiare quell’Adriatico che è così vicino all’Italia ma che per tanti versi è altro mondo. Curiosa ambivalenza per cui il mare unisce ma al di là continua a esserci deserto, guerra, strade bianche e rocce calcinate. La guerra dei Balcani non è così lontana e se guardi bene una terra ne trovi ovunque.

E poi c’è l’Albania, che è Occidente ma è ancora percepita dai più come pericolosa, arretrata, fuori dal tempo, decisamente ignota. È questa idea che ha fatto partire Paolo Venti, l’idea di arrivare alla patria sognata della classicità attraversando la barbarie moderna o quella che spesso viene identificata come tale. Per poi scoprire che avvicinandosi alle cose le differenze sfumano, senza bisogno di retorica o buonismo. La bicicletta obbliga a stare accanto alla gente, soprattutto se si viaggia con una tendina da quattro soldi, se si dorme negli orti o in qualche stradina poco frequentata, se sudati di pedali si incontra gente sudata di lavoro e si finisce a bere birra come se ci si conoscesse da sempre. Senza sapere una parola della loro lingua, con la sensazione di avere così tanto in comune da potersi capire bene a gesti e pacche sulle spalle. Viaggiare così è girare nel tempo, dalla Tirana di Hoxha all’Atene di Pericle, dall’Itaca di Ulisse al ponte di Mostar bombardato e ricostruito.

Paolo Venti è nato a Spilimbergo (Pn) il 30 novembre 1963, risiede a Travesio (Pn), insegna lettere classiche al Liceo “Leopardi Majorana” di Pordenone.

Ha pubblicato una antologia dei poeti friulani della Destra Tagliamento Quatri fues di argjelut nel 1998, ha tradotto dal greco in
friulano le Opere e i giorni di Esiodo. Ha pubblicato testi scolastici relativi al mondo classico (Il nostro greco quotidiano per Le Monnier, A zonzo per le vie dell’Antica Grecia e A zonzo per le vie dell’antica Roma per Agenzia Libraria), organizza mostre d’arte con l’Associazione Medianaonis e partecipa a varie iniziative culturali nel territorio.

Si è interessato in vario modo di poesia e volontariato. Nel 2009 ha percorso in bicicletta il cammino di Santiago fino a Finisterre con tanto di vuelta per la via del Norte, rigorosamente da solo. Pedalerà ancora un po’ perché la disperazione non gli è passata ancora.

“Insegno greco da vent’anni e sono andato almeno dieci volte in Grecia. Sempre in nave, in corriera, in aereo. Mi attirava l’idea di misurare una distanza, chilometro dopo chilometro, sulla strada, sulla via obbligatoria per noi pedoni e ciclisti, ovvero i Balcani. Arrivare dopo più di duemila chilometri e vedermi sullo sfondo l’acropoli mi pareva che potesse liberare il viaggio da tutte quelle incrostazioni culturali e turistiche che rovinano un po’ il gusto ogni volta. Così è stato, e non c’è saggio critico o lezione universitaria che mi restituisca l’emozione di Itaca attraversata di sera, come inseguito dalle ire di Poseidone, o il tumulo di Maratona dove non c’è nulla se non erba, terra e lo spirito di un tempo più eroico del nostro. A dire il vero mi attiravano anche i Balcani, l’Albania in particolare. Ho studenti e amici albanesi, ho visto per televisione tutta la storia dell’arrivo di navi e disperati ma dell’Albania ancora si sa poco. È un posto in cui volevo andare da solo, un po’ perché non sapevo cosa avrei trovato un po’ perché sentivo il fascino dell’avventura, di quando a dodici quindici anni leggevo Salgari. Non sarà la Malesia, ma sull’Albania ne avevo sentite di tutti i colori. E invece mi sono trovato a casa come da nessuna parte. Ho incontrato gente che era stata in Italia nella disperazione e che nonostante tutto mi ha offerto da bere, mi ha accolto e ha riso con me in uno strano miscuglio di lingue diverse. Volevo incontrare gente e ho viaggiato così, senza prenotare niente, dormendo in cortili, ostelli, perfino per strada. Ho fatto deviazioni inventate lì per lì come a Mostar, a Itaca e sono state le cose migliori. E avevo un conto aperto con la bicicletta, nonostante il viaggio a Santiago di Compostela e ritorno del 2009. Dovevo dimostrare a me stesso che sapevo andare in bicicletta anch’io. Alla fine ho scoperto che non dovevo dimostrare niente, che basta pedalare e non serve altro.”

“Dopo dieci viaggi in Grecia su nave e corriera posso dire che è la prima volta che ci vado davvero, che ci arrivo, che misuro sulle mie gambe la distanza e la continuità. E torno con qualche certezza in meno se è vero che Ulisse potrebbe essere albanese, che tanta gente con cui ho parlato ha gli stessi problemi che ho io, che l’unica bicicletta che mi hanno rubato era parcheggiata sotto casa mia.”