Sesto post – 21 aprile 2011

tag: belogradchik, brasov, bulgaria, cucina, danubio, romania, sibiu, slowfood, targoviste, viaggio

Che cos’è stata questa prima uscita balcanica?

Una continua sorpresa.

Prima di partire avevamo contattato persone, famiglie, gruppi; avevamo spiegato loro il nostro progetto e chiesto disponibilità a supportarci: ospitandoci, raccontandoci della loro vita anche attraverso il rapporto con il cibo, lasciandoci entrare nelle cucine… ciò che abbiamo trovato è stato molto più di quanto avremmo potuto immaginare.

A Târgovi?te siamo ospiti di Ana e Gory, una giovane coppia di motocliclisti.

Ana ci fa conoscere, oltre a quelli rumeni (per cena ci prepara ciorb? de peri?oare e sarmale, anticipati e accompagnati da tuica, la grappa nazionale), gli usi della comunità bulgara locale, a cui appartiene parte della sua famiglia. Una comunità arrivata qui dopo la seconda guerra mondiale e che per decenni ha dovuto vivere in semiclandestinità, spacciandosi per serba, per non essere rispedita in Bulgaria; e che solo di recente si è riappropriata con orgoglio della propria identità. Il giorno dopo andiamo insieme al mercato locale,  una parte di quello ortofrutticolo ospita le contadine bulgare.  Facciamo acquisti anche per il piatto che ci prepara prima della nostra partenza: una saporitissima placinta sarbeasca (una pie al formaggio, nella versione in uso tra i bulgaro-rumeni di Târgovi?te).

Gory ci racconta la vita (estremamente dura, e che i suoi genitori vivono in prima persona) dei contadini nell’era post comunista; di come stia cambiato il rapporto con la terra, con i ritmi naturali, con la stagionalità; l’impatto negativo che sta avendo l’arrivo delle multinazionali che producono sementi, che impediscono ai coltivatori di mantenere le varietà colturali tradizionali ed impongono l’acquisto di ibridi sterili, creando così un sistema di dipendenza che, in un clima economico già estremamente povero (il lavoro è svolto prevalentemente con attrezzi manuali e con l’aiuto degli animali, perché pochi sono quelli che si possono permettere un trattore, anche solo in affitto ogni tanto), non fa che peggiorare la situazione.

A Bra?ov veniamo accolti da Gabriel e diversi altri membri del locale convivium Slow Food: un gruppo molto attivo che sta lavorando sul recupero delle tradizioni gastronomiche urbane. Un’accoglienza che supera ogni nostra aspettativa: nell’elegante casa in cui veniamo ospitati fino al giorno dopo, ci attende una cena – di cui seguiamo l’evoluzione di ogni piatto – luculliana, costituita sia da ricette quaresimali (senza alcun derivato animale) che pasquali.

Da lì proseguiamo per Sibiu. La Transilvania è per noi una sorpresa incredibile, perché, per quanto si raccolgano informazioni prima di partire, mai ci saremmo aspettati di trovarci in un autentico angolo di Germania. Terra di mercanti, di città benestanti che sono riuscite a mantenersi tali durante i secoli, anche nei periodi più drammatici e difficili (anche recenti).

Un cambio di programma ci fa arrivare sul Danubio seguendo un percorso diverso da quello che avevamo in mente; ma senza questa variante, non avremmo incontrato il pastore Nico a C?lan, né Mihai e Elena con le loro due mucche, né Gabriela nel suo chioschetto alimentare a Mutru dove, in pochi (ma proprio pochi!) metri quadrati, si trovano sacchi di pasta sfusa, montagne di biscotti, frutta e verdura, carni, un banco pieno di pesci sotto sale delle specie più diverse…

Sul fiume ci riposiamo seduti sulla terrazza di una taverna, mangiamo fasole cu cârna?i  (fagioli con salsicce) ma nel menù già si trovano piatti della cucina serba… e infatti la Serbia è lì, sull’altra sponda, i villaggi lambiti dall’acqua a poche decine di metri da noi.

Entriamo in Bulgaria con il piccolo traghetto che collega Calafat a Vidin.

La città di Vidin, nonostante sia visitata per via del castello, non è esattamente un luogo idilliaco: edilizia popolare sovietica nel peggior stato, vecchie fabbriche, strade dissestate al punto che non esiste un vero senso di marcia: si corre dove non ci sono buche, spostandosi da una carreggiata all’altra.

Il paesaggio comunque cambia avvicinandoci a Belogradchik: lasciamo la statale e ci inoltriamo in una zona di boschi, con i caprioli che ci attraversano la strada. Arriviamo da Rado, il simpatico proprietario della piccola taverna/guesthouse Madona. Visitiamo e fotografiamo la minuscola cucina, dove Elena prepara piatti tradizionali bulgari e della zona in cui ci troviamo. L’ospitalità è squisita, come il cibo. Rado è giustamente orgoglioso di ciò che è riuscito a realizzare in questi anni, in un Paese nell’insieme arretrato e con grosse difficoltà economiche: oltre a questa, è proprietario di una seconda locanda di campagna, a pochi chilometri di distanza.

Il giorno dopo facciamo una passeggiata in paese, e una volta che l’abbiamo attraversato tutto, ci incamminiamo nel rione gypsy, seguendo un gregge di capre guidato da una giovane pastora. Una strada in terra battuta, sui due lati automobili smontate e/o bruciate: non abbiamo molti dubbi su quale sia la principale attività dei residenti, o almeno di una parte di loro… Un ragazzino dall’aria tosta ci chiama, ci invita ad entrare in una casetta, che solo dopo realizziamo essere un micro bar/spaccio alimentare. Dentro c’è gente seduta, due uomini e due donne, forse clienti, forse familiari di Sonia, colei che manda avanti la baracca.

Ci chiedono con insistenza se abbiamo una macchina, rispondiamo di no. Il sospetto che ci sia un collegamento tra la domanda e quanto abbiamo visto poco prima non è infondato… cerchiamo di capire se ci stiamo cacciando in qualche guaio… a quanto pare no (dato che la macchina lì non ce l’abbiamo…), e anzi, il fatto che due italiani se ne vadano in giro a piedi in un posto del genere sembra divertirli. Ci offrono il caffè, ci lasciano fare foto, e in cambio ci chiedono qualche birra.

Attraversiamo la Bulgaria in direzione est, c’è altra gente che ci aspetta: Claire e Chris, archeologi che hanno scelto di trasferirsi qui dall’Inghilterra alcuni mesi fa, per avviare una piccola fattoria ecosostenibile. Hanno acquistato la casa in cui abitano, una seconda che stanno rimodernando, terra e animali. Conosciamo anche Josh e Dani (uno dei figli di Chris e la sua ragazza), venuti in visita proprio in quei giorni. Passiamo la serata prima a tavola, degustando piatti bulgari – insalata shopska, sarmi, zuppa di fagioli – e poi a chiacchierare fino a notte fonda, bevendo birra e rakia casalinga. Dormiamo nella seconda camera per gli ospiti: il camper che i padroni di casa hanno usato per venire fin qui da Sheffield. Il mattino successivo andiamo a fare vista alle vicine di casa, che li stanno aiutando a sistemare l’orto e la serra, e li trattano con una tenerezza quasi materna.

Ripartiamo per Bucarest (e da lì per l’Italia) a malincuore, ripromettendoci di tornare quanto prima.

Mettiamo in chiaro una cosa. Non è tutto bello ciò che si trova da quelle parti. Affermare in contrario sarebbe insensato.

Intorno a Bucarest è un triste spettacolo di spazzatura e cani randagi. Il degrado delle infrastrutture, in certe zone, non aiuta il viaggiatore, né dal punto di vista pratico, né da quello psico-emotivo (potremmo dedicare un intero libro solo alle buche nelle strade, e a tutto quello che ne consegue…). Le brutte centrali termoelettriche a carbone fanno parte del paesaggio (anche se non ovunque, per fortuna). Le cittadine bulgare mettono un senso di angoscia, con i blocchi di palazzi cadenti – tutti uguali anche a distanza di centinaia di chilometri – costruiti durante il regime comunista intorno all’immancabile fabbrica in pieno centro urbano, quei numeri dipinti a caratteri cubitali sulle facciate scrostate lanciano un messaggio esplicito e molto triste: alienazione. Il tasso di povertà in Romania è alto, in Bulgaria ancora di più. La gente si industria a vivere con poco. Le divisioni, gli antagonismi tra le diverse componenti etniche e storico/culturali (tra tedeschi, rumeni “latini”, ungheresi; tra i bulgari “autoctoni” e quelli di discendenza turca) si sentono, anche se vengono espresse in maniera pacata e talvolta ironica… tranne che nei confronti dei gyspies. Che, specialmente in Romania, rappresentano effettivamente un problema, ma che per noi è difficile da comprendere in maniera esaustiva, per le sue dimensioni e per il retroterra storico completamente diverso da quello a cui siamo abituati.

Non si può fare finta che tutto ciò non esista. Ma ci dispiace che qui in Italia sia quasi esclusivamente questo il genere di informazioni che arriva, su quei Paesi, nutrendo così un immaginario costellato di luoghi comuni da cui poi è difficile uscire.

Perché c’è anche dell’altro, molto altro, e vale assolutamente la pena conoscerlo.

Paesaggi incantevoli, gente accogliente, cibo buonissimo.

Sia in Romania che in Bulgaria ci torneremmo immediatamente.

CopyrightTesti e fotografie © Elisabetta Tiveron – Nicola Fossella 2011.
Tutti i diritti riservati.
Website: www.lastradadelcibo.com

Condividi su

Ti potrebbe piacere: